Se la Pandemia ci portasse via

La Città ha iniziato a parlare ieri pomeriggio per poi emettere un urlo verso le 23.30. Era stata in silenzio per giorni. Solo il sussurro di qualche senzatetto, le campane in lontananza e l’alternanza di un’ambulanza e delle ruote della bicicletta di un rider ogni tanto. Ma ieri la Città ha ricominciato a emettere suoni.

E che suoni.

Parlava ieri Bruxelles. Un caldo sabato di Pasqua. Che trasuda qualche macchina in più del solito, il rumore delle ruote di una, due, tre, quattro biciclette sui sanpietrini di una rue non-qualunque di un centro non-qualunque. E all’improvviso, mentre stai affacciata alla finestra, le senti.

Una, due, tre voci. Sono tutte insieme. Non riesci a vedere. Hanno già superato l’incrocio. Ma se conoscessi la lingua che parlano potresti quasi distinguere le parole e le risate di quel gruppo appena passato sotto le tue finestre.

È un gruppo di ragazzi. Un gruppo di ragazzi cammina dal centro di Bruxelles in direzione Gare du Midi. In un sabato di primavera.  

Sarebbe normale. Se non fosse che tutto intorno c’è la Pandemia. 

Queste sono state le prime parole emesse dalla Città che senti dopo settimane. Città come incrocio di corpi, menti e strade.

E poi la Città urla in un sabato sera. Sei sul divano. Finestre aperte fumo e vino. E all’improvviso un frullare nel cielo. Potrebbe essere un grande, gigantesco, enorme moscone.

E invece, poiché non ti trovi in una villa di campagna, realizzi che quello non è un moscone. Ma un elicottero. 

Cazzo dici, un elicottero?

È come se ci volesse del tempo per processare l’informazione.

Un elicottero. Che va. E viene. Nello spazio di cielo. Sopra Bruxelles. 

Mentre ancora stai processando, controlli le news e ci vuole un po’ a trovare la notizia in francese, tradurla con Google Translate e connettere i puntini.

Ci rallenta i pensieri questa pandemia?
O forse l’essere umano si adatta così in fretta a tutto, anche al silenzio, e ci rimette un po’ a concettualizzare il rumore? 

È così che Bruxelles ha urlato il sabato prima di Pasqua. Un ragazzo di 19 anni morto in un incidente in motorino mentre scappava da un blocco della polizia ad Anderlecht. 1 km e mezzo dal limitare del centro della capitale di Europa. 5 Km dalla sede del Parlamento Europeo. 

Muore Adil. E scoppiano i tafferugli nella commune di Anderlecht. Vengono arrestate 45 persone. Qualcuno scrive 53. Mi raccontano di un auto bruciata e lacrimogeni e idranti. Ma non ho visto le foto. 

Devo imparare il francese, credo 

Qualche giornale scrive che la mamma di Adil ha fatto un appello ai ragazzi perché non aumentasse il livello della violenza. 

Vorresti scendere in strada subito. E invece aspetti. Aspetti che passi la notte e il pranzo di Pasqua. Questa strana Pasqua ai tempi del Coronavirus. 

Solo al pomeriggio rispondi all’istinto di scendere in strada. E andare a vedere cosa succede oggi a Anderlecht. Perché non sei sicura che qualcuno si prenderà la briga di raccontarlo. 

Tutta l’area intorno alla fermata di Clemenceau è chiusa con dei cordoni di camionette della polizia. Splende il sole su Bruxelles, si sta in maglietta. La giacca di pelle, i guanti di lana e la sciarpa intorno al viso ti fanno sentire un gran caldo. E soprattutto, ogni volta che ti avvicini alla polizia per fare qualche domanda, senti lo sguardo perplesso dei poliziotti intorno. In altre circostanze probabilmente saresti la prima che arresterebbero. Ma in assenza di mascherine e guanti più adatti ci si organizza come si può. E lo sanno anche loro. 

Tantissimi poliziotti. E un leggero via vai di persone tra le macellerie halal e i fruttivendoli. Nessuno ha voglia davvero di parlare di quello che è successo ieri. Solo un signore affacciato alla finestra. Fuma una sigaretta, urla il nome di Adil quando sente che stai chiedendo informazioni sul ragazzo morto. Dice che era suo amico, pare. Non sai se è vero o no, mentre guardi quest’uomo che sembra avere 60 anni, che dalla finestra di un appartamento al terzo piano di una bassa palazzina in mattoni rossi, ti dice che “non è stato un incidente”. 

Ai posti di blocco i poliziotti stanno a un metro di distanza l’uno dall’altro, nel sole. Ti sembra quasi che alcuni cazzeggino tra di loro. Ma con il casco e la tenuta anti-sommossa pronta. Just in case. 

Cambia tutto questo Coronavirus.
Ci costringe a guardare oltre le apparenze. E nella follia di una strada semi-deserta perché là fuori c’è la Pandemia e “tutti a casa”, ci sono decine e decine di poliziotti e ancora qualche elicottero, a anticipare una possibile rivolta che non c’è. E parlano con due ragazze con il volto coperto. “Sicurezza pubblica” spiega l’agente della polizia federale. 

Graffiti per Adil nei pressi del Comune di Anderlecht – Credits: Dalia Zoch*


Era vietato oggi andare a Anderlecht? Percorrere quel chilometro e mezzo? Ascoltare conversazioni in francese capendone frammenti e guardare camionette della polizia presidiare strade semi-deserte? Non lo so. Ma era necessario. 

Torni a casa e pensi se la Pandemia ti portasse via. Perché diciamocelo, là fuori c’è una Pandemia. Anche se la Città parla e i fruttivendoli non hanno voglia di dire come si sentono per la morte di Adil. E nemmeno di quello che pensano della polizia sguinzagliata in tutta la via. Come se tutto fosse normale. 

Ma torni a casa e pensi che non è tutto normale. Che là fuori c’è una Pandemia. E va bene così, a volte bisogna pur pensarci che se anche non si vede qui fuori è un gran casino. 

E allora cosa succederebbe se la Pandemia ti portasse via? 

Non lo so cosa succederebbe se la Pandemia ti portasse via. Ma ti auguro di avere fatto tutto quello che era necessario. Di avere detto tutto quello che volevi dire. Toccato tutto quello che volevi toccare. Assaporato tutto quello che volevi assaporare, profumi e sapori. E sognato tutto quello che non avevi ancora fatto. E pure quello che volevi rifare. 

Vissuto, cazzo, ci auguro di avere vissuto.  


***

Qualche link in giro per il web: 

L’articolo pubblicato sabato 11 aprile su LeSoir sulla morte di Adil (che non “merita” il titolo) e i tafferugli nella commune di Anderlecht, a Bruxelles. E quello del Bruxelles Times pubblicato il 12 aprile. 

E poi se parli. di polizia, strade, rivolte presunte o immaginate, e di corpi e menti e sensi, arriva un flash del caro Foucault. Ricerca su Google e recupero del giorno: La vita degli uomini infami

Racconti di cittá. Racconti nel senso di “short stories”, su Bomarscè. Perchè è nata una rivista di racconti. Prima che esplodesse il caro Coronavirus. 

*Image credits: Dalia Zoch – WebsiteInstagram 

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