L’epica rock dei 37 anni

È 10 anni che sopravvivo alla leggenda. 

No, davvero, non sto scherzando. Per molti forse non conta nulla. Molti forse non ne hanno mai sentito parlare. Ma se esiste un’epica del rock fatta di miti, rituali, cuore che non fa necessariamente rima con amore, ma forse più spesso suona bene con dolore, beh, quell’epica rock ha una storia che si tramanda di generazione in generazione. 

Qualcuno lo chiama il 27 Club

Janis Joplin. 
Jim Morrison. 
Jean-Michel Basquiat. 
Kurt Cobain. 
Amy Winehouse. 

I 27 anni. Tra incidente e scelta, il Club dei 27 entra nella tua vita la prima volta che compri un disco dei Nirvana, magari proprio perchè a 27 anni Kurt Cobain era giá diventato leggenda. 

27 anni. Il controllo tra la vita e la morte. Il fottersene totalmente delle conseguenze della vita. O l’importarsene talmente tanto da poter controllare tutto. 

Non so se i giornalisti o gli scrittori possono essere rock.
Ma con tutte le sue contraddizioni e il graffio delle sue parole, e l’eyeliner nero e la ricerca estetica dell’espressione del proprio io, anche Oriana Fallaci ci ha regalato un mito: l’elogio dei 30 anni


Non importa che tu abbia amato o odiato La Rabbia e l’Orgoglio. Se hai letto Lettera a un bambino mai nato o se hai sentito nel corpo e nella mente l’amore e la violenza dell’amore di Oriana e Alekos Panagulis in Un Uomo. Spero con tutto il cuore che al compimento dei 30 anni qualcuno condivida o abbia condiviso con te queste parole: 

Sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perché anche noi siamo adulti.

Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. […]

Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna.

Se il sole muore è il reportage che la Fallaci ha pubblicato nel 1965 dopo essersi immersa per alcune settimane nella vita di un gruppo di astronauti che si preparano per una missione spaziale. L’uomo non era ancora sbarcato sulla luna, ma era un tempo in cui tutto sembrava assolutamente possibile. E non c’è niente come il senso di possibilitá che può fare sentire forti, e vivi, e coraggiosi, e in pieno controllo. 

Biografia e parole si incrociano. Oriana Fallaci era del 1929, quindi di anni ne aveva tra i 35 e i 36, quando ha pubblicato Se il sole muore. Chissá se lo sapeva che quel suo inno ai 30 sarebbe diventato mantra esistenziale per tante generazioni. 

Chissá se nello scrivere: “Sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque!” c’era il riserbo del suo essere cronista. Non poteva scrivere dei 36, dei 37 anni, dei 38, perchè ancora non li aveva vissuti. 

Ricapitolando dunque: 

I 27 anni hanno il loro Club. Il Club di chi sceglie se vivere o morire. 
I 33 hanno la loro sfiga simbolica. Che muori perchè qualcun altro – un padre di merda o i farisei – decidono che deve andare cosí. 
I trenta, i trentuno, i trentadue, i trentatre, i trentaquattro e i trentacinque hanno la potenza dello scalpello della Fallaci che definisce la vita come fosse scultura. 

Ci sono i 35 di Dante nel mezzo del cammin di nostra vita

Ma poi cosa succede? Non ci sono più leggende che si tramandando di generazione in generazione. Non ci sono più miti. Non ci sono più pietre miliari. 

Inizia un ciclo completamente affidato al caso, ai tuoi segni, alle tue coincidenze, alla tua voglia di vita. Alla sfiga o al destino. O al senso che tu vuoi dare alla sfiga o al destino. Non lo puoi sapere.

Ci sono i sorrisi e le cicatrici. Il coraggio e la paura. I luoghi dove hai vissuto e quelli ancora da vivere. Il tempo frenetico e il tempo sospeso. Lo stare e l’andare. Le scommesse vinte e quelle perse. E pure i momenti in cui potevi morire e invece hai vissuto. Per scelta, per caso, o per convinzione. Ci sono le persone che ti conoscono da una vita e quelle a cui finalmente sai come mostrarti solo per come sei. 

Ci sono quelli che ti hanno spaccato il cuore e quelli che te lo hanno ricostruito. O forse ci sei solo tu che hai imparato ad accettare i primi e amare i secondi. Ma soprattutto ad amarti come sei. E come diventerai. 
E allora vale la pena rischiare tutto perchè se anche perdi tutto, tu ci sei. E forse non c’è niente di più bello. 

Finite le leggende inizia un tempo in cui potresti andare avanti all’infinito. O inciampare senza neanche accorgerterne. Un po’ come entrare in una libreria per cercare un libro e uscire con altri cento. Un po’ come affidarsi alla danza della realtá, ma con un tuo piccolo e prezioso codice di condotta, una bussola di cui metti insieme i pezzi ogni giorno. 

Più che le morti celebri ci sono le crisi celebri in agguato. Quella dei 40, quella dei 50, forse pure quella dei 60. Ma tutto sommato in mezzo ci puoi solo mettere la vita. E tanta più vita ci metti tanto più la crisi potrebbe passare inosservata. O travolgerti e trasformarti. E sará bellissimo, dolorisissimo, felicissimo. Comunque sará. E va bene cosí. 

Comunque vada puoi sempre guardare Patty Smith e i suoi 73 anni. E pensare che forse alla fine il rock, le canzoni, le poesie, l’amore e il dolore sono quella forza che ti fa scegliere la vita. E che forse credere che possa non finire mai ma nello stesso tempo sapere che può finire in ogni istante è un assolo che vale tutta la pena ascoltare. Finchè ce n’è. 

 




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