Ethos: la serie turca di Netflix di cui c’era bisogno

“Immaginario collettivo” è una di quelle espressioni da studenti di Lettere. O di Scienze della Comunicazione. Forse viene usata anche in sociologia. 

Un “Immaginario collettivo” è uno spazio in cui azioni e emozioni hanno (quasi) lo stesso significato per (quasi) tutti.  È lo spazio in cui gli individui che vivono in una stessa società comprendono le informazioni nello stesso modo, provano emozioni simili, e quindi si comprendono meglio. Con se stessi e con gli altri. Determina, in qualche modo, un codice di comportamento condiviso che non crea – apparentemente – scompiglio. 

Gli “immaginari collettivi” sono costruiti da tanti strati. 
Le storie, le immagini, i suoni, contribuiscono a questo processo di costruzione. 
Le arti, il cinema, la letteratura, la musica, il teatro, la narrativa – anch’esse costruiscono l’ “immaginario collettivo”. Quello spazio in cui una persona si muove cercando l’equilibrio tra “il giusto” e “lo sbagliato”. 

E la modalità di “produzione” e “fruizione” della cultura e delle arti determina la solidità dell’ “immaginario collettivo”. 

Faccio un esempio: 

se io guardo cento film e in cento film le persone che finiscono a fare l’amore sessualmente sono un uomo e una donna, nell’ “immaginario collettivo” in cui sono immersa quello sarà quello che è “giusto”. 

se io seguo la politica istituzionale e vedo in quarant’anni anni decine di uomini che diventano Presidente del Consiglio, o Segretario di Partito, nell’ “immaginario collettivo” quel ruolo viene ricoperto da uomini. Diventa “giusto” così. 

Una ripetizione ci mette pochissimo tempo a entrarti dentro. A diventare tua. Una parola ripetuta cento volte diventa reale. E rischia di diventare la guida dei nostri comportamenti. Ma a volte le cose reali non sono “consapevoli”. E lì, in quel punto preciso, arriva la soglia critica. 

Ma cosa succede quando un individuo si rende conto che il suo “giusto” è leggermente diverso? E cosa accade nella società e nella comunità intorno a quell’individuo se lui o lei si libera dall’oppressione di un “immaginario collettivo”, magari avendo addirittura l’ardire di provare a raccontarne uno nuovo? 

Ethos è la serie prodotta da Netflix uscita alla fine del 2020 di cui quasi nessuno parla e che invece tutti dovrebbero vedere. Ethos esplora quel punto critico. E lo fa, per prima cosa, spostando il nostro baricentro. 

Una donna cammina, prende un autobus, attraversa una cittá indossando un velo rosa. Entra in un appartamento stiloso che potrebbe essere a New York, Vancouver, o qualunque downtown del mondo e dopo pochi minuti sviene

La donna ha due occhi dolci e chiari.

Siamo a Istanbul.

Questo scivolamento verso un altro centro è fondamentale per sentire intensamente Ethos.

Due psicanaliste, una “donna delle pulizie”, due studentesse, un’attrice, una donna che fuma un sacco di sigarette si incrociano nella vita. L’intreccio lo scopriamo progressivamente nel corso delle 8 puntate. E in questo incrocio c’è un’esplosione di vita. C’è il desiderio, la rabbia, il dolore, la leggerezza e la fragilità e la forza di ognuna di loro. 

C’è un territorio che va dalla Turchia al Kurdistan e oltre che determina parole, gesti, abitudini.

Ci sono gli strati di una societá complessa. 

C’è un rapporto con la religione dominante e la religione invisibile del potere politico di Erdogan che si dipana in sfumature diverse. In programmi televisivi di sottofondo, dalle fiction, ai telegiornali – da quegli elementi culturali che ci raccontano ognuno dei personaggi.

Il rapporto con la famiglia. E quel lavorio interiore che non ci fa dormire di notte o ci fa svenire senza un apparente motivo medico o ci fa esplodere di rabbia distruttrice. 

Esplora tutto questo Ethos. In 8 episodi da un’ora. 
Ore dense. Un viaggio delicato nell’intimità di ogni personaggio. Un viaggio che non ha paura di far vedere il sangue, le lacrime, il fango. Dentro e fuori a ogni personaggio maschile o femminile. Ma anche un viaggio che fa vedere lo sbocciare della verità delle donne protagoniste. 
Capelli che si sciolgono, sorrisi che si allargano, occhi che si distendono. 
Corpi che si liberano. 

Parole che vengono dette. A volte sotto voce, a volte con fermezza. 
E va tutto bene. Perché l’ “immaginario collettivo” non è un labirinto da cui non si può uscire vivi.

E perché dentro ognuna delle protagoniste c’è una scintilla indomabile. Un modo di leggere il mondo, un sentire, che non può essere soffocato. Né dalla religione, né dalla politica, né dal bisogno di non fare male agli altri che magari ci fa sentire a posto con la nostra coscienza quel tanto che basta.

E arriva un punto per ognuna in cui occorre liberare quella scintilla. Farla uscire diventa necessario. Esistenziale. Per ognuna delle protagoniste.  

È una serie di confine Ethos. Forse perchè è una serie “Mediterranea”. 
Il titolo è la parola greca su cui tanti hanno scritto cercando di dare definizioni. Partire da Wikipedia è sempre una buona idea. 

Ethos (ἦθος) è un termine greco (il cui significato, in origine, era “il posto da vivere”) che può essere inteso in diversi modi. Può significare “inizio”, “apparire”, “disposizione” e da qui “carattere” o “temperamento”. Dalla stessa radice greca deriva il termine ethikos (ἠθικός) che significa “teoria del vivere”, da cui il termine moderno etica.

Con ethos popolare, nella sua accezione hegeliana e moderna, può intendersi l’insieme di quei valori e quelle norme, di quei codici di comportamento i quali, interiorizzati dall’individuo in funzione della sua integrazione sociale, costituiscono e determinano la disposizione, il carattere, il temperamento culturale di una data popolazione.

Wikipedia – Ethos (Pagina Italiana)

Quell’elemento unico di ciascuno di noi. 
E infatti il titolo turco è Bir Başkadır – che dal turco si traduce “qualcosa di diverso, qualcosa di unico”. 

Quelle sfumature linguistiche che solo l’imprecisione di noi mediterranei. What does ‘Bir Baskadir’ mean ? (Netflx Turkish series)

Chi lo sa, forse in inglese si tradurrebbe Queer.

Ethos è una serie distribuita da Netflix e prodotta dalla casa di produzione turca Kirk Film. 
Il regista, Berkun Oya, è del 1977. Ho fatto qualche ricerca su di lui, ma si trova poco in inglese cosi come poco si trova sulle straordinarie protagoniste della serie turca

Sulla pagina Wikipedia dedicata a Berkun Oya in francese si legge che è anche regista teatrale. E in effetti Ethos è estremamente teatrale. Nelle scene, nelle scenografie, nella inevitabile centralità della parola e dei dialoghi per l’evoluzione della storia. 

Oya firma la fine di ogni episodio con un dettaglio preso dalla cultura popolare guardata in televisione. Un festival musicale trasmesso in tv (come potrebbe essere il nostro Sanremo di sottofondo), un momento di intimità domestica in cui ci introduciamo e che possiamo solo osservare mentre i personaggi stanno seduti sul divano a guardare la tv. 

Non è una serie mainstream Ethos. Ma è una serie essenziale in questo momento. 
Perché ci porta nel mondo. Come un viaggio zaino in spalla di tre settimane e un airbnb affittato tra piazza Taksim e il ponte di Galata. 

Perché ci aiuta a ricordare che i mondi sono complessi. Come il confine tra conscio e inconscio, tra religione e libertà, tra amore e possesso, tra fragilità e forza. E che siamo tutti in bilico ma possiamo tenerci la mano. 

E soprattutto perché nessuno vi sta dicendo di guardarla. O meglio, è una cosa da quegli strani esemplari del web che hanno ancora i blog personali e i siti tematici accanto agli account Instagram e Facebook e Twitter e…
Ma cercando bene si trova qualche anticipazione quando Netflix annunciava un thriller di ambientazione turca e qualche recensione in inglese di chi ne ha sottolineato il forte impatto dell’elemento psicanalitico junghiano intrecciato con il racconto della societá turca sempre meno laica di oggi (per citarne una –Ethos has put us all in the therapist’s office and asked us to speak).

Il nostro “immaginario collettivo” potrebbe farci dire che non se ne parla tanto è perché è lenta. 

La nostra curiositá può farci dire che sará il viaggio più esotico che potremmo fare all’inizio del secondo anno dell’Era COVID19. Al sicuro il piú possibile nelle nostre case e nelle nostre città. Mentre facciamo i conti con tutta la vita che abbiamo dentro e intorno e cerchiamo di farci pace. 

E forse cosi possiamo non lasciare che la Pandemia contamini completamente la costruzione di tanti nuovi molteplici sfaccettati immaginari collettivi. 

Dobbiamo guardare Ethos perchè ci invita a esplorare quel millimetro oltre il nostro dolore. E ci permette di sognare, immaginare, trasformarci. Come persone. E come societá. 

E respirare meglio. 

E la dobbiamo guardare perchè non voglio che Netflix smetta di distribuire queste serie se davvero Netflix e le piattaforme sono sempre più l’unico modo per guardare un po’ di cinema. 


NOTA EX POST – Le coincidenze

È da almeno un mese e mezzo che mi dico e dico che voglio scrivere qualcosa su Ethos. Vorrei provare a articolare meglio quello che qui intanto oggi ho deciso di mettere in maniera istintiva. La coincidenza (di cui Jung sarebbe orgoglioso) è che proprio oggi il Presidente turco Erdogan ha annunciato che la Turchia uscirá dalla Convenzione di Istanbul – La Convenzione contro la violenza sulle donne approvata dai governi del Consiglio d’Europa l’11 maggio del 2011. Un altro buon motivo per iniziare questa serie oggi. 

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