Confinati o confinanti?

Scrivo solo perché è domenica sera. 
Darsi una routine è stato il primo “consiglio” che è iniziato a circolare quando è diventato chiaro che la soluzione migliore per prendersi cura di sé durante la pandemia fosse evitare quanto più possibile i contatti fisici con gli altri. E quindi chiudersi da qualche parte, possibilmente da soli o solo con qualcuno sano. 

Ma qui non si tratta più solo di routine. La faccenda comincia a farsi complessa. Non è prevedibile il tempo che ci vorrà perché tutto torni normale. Che poi normale cos’è? La “norma’ è la regola. Ma la regola non deve essere in qualche modo determinata dal contesto? 

Quando ti mischi con gli altri, piano piano perdi i confini. Quando ti separi invece tutti i confini si ridefiniscono. Ma cos’è un confine? È una linea arbitraria che separa un territorio di “proprietà” o di “controllo” di qualcun altro. Ma ci sono elementi che non possono essere separati con una linea. Al confine i riti si mischiano, i sapori si contaminano, le lingue si accavallano. Quanto è definito un confine, quanto spazio per la fluiditá c’è lo decidono le due parti che su quel confine si incontrano. 

E non c’è niente di peggio che rischiare di essere una minoranza dalla parte sbagliata di un confine. 

Ma cosa succede se il confine è lo spazio circostante a un singolo individuo? Quanto spazio occupa un individuo? Qual è lo spazio intorno a noi che lo “Stato” deve controllare per garantire la sicurezza di tutti? Può esistere una forma di “Stato” che garantisca una libertà sana mentre tenta la sfida – difficile davvero – di garantire salute sicura per tutti?  

E quale responsabilità ha ognuno di noi, con il comportamento quotidiano, nel guidare le scelte di chi ha la responsabilità di fare le regole? Se tutti rispettiamo le regole base, non ne sono necessarie di più dure. Ma la chiave per cui tutto funzioni nel rapporto tra il popolo e il governo è che si capisca perché è necessario adottare certi comportamenti. Ma anche lasciare quel margine di respiro che serve a essere liberi. 

Non c’è una risposta facile. Ma io credo che la risposta vada cercata proprio su questo confine, nelle pieghe delle sue contraddizioni. 

Il confine dei nostri corpi. Che ci chiedono di essere allineati al nostro cuore e al nostro cervello. 

Avevo iniziato questo post volendo scrivere di primavera e di intimità. Volevo scrivere di come in questo momento in cui non abbiamo tutti i sensi a disposizione per connetterci con le persone, dobbiamo lavorare sul cuore, ancora prima che sul corpo o sulla mente, se vogliamo continuare a esserci. 

E mi sono ritrovata a scrivere di corpo e di confini. E del rapporto tra popologoverno. E di come lo scambio di informazioni, il dialogo, la conoscenza, ma soprattutto il cuore, siano fondamentali per darci le risposte di cui abbiamo bisogno, visto che ci troviamo in una situazione che davvero non ce la potevamo immaginare. E quindi le regole sono tutte da inventare. 

Non era il post che avevo in mente. Ma del resto non è esattamente la primavera che ci eravamo immaginati. 

Ma è pur sempre domenica. 

***
Me lo appunto qui che questo post senza link è nato in una domenica ai tempi del Coronavirus.
E in questo tempo in cui rischiamo di cadere nella prevedibilità del quotidiano, e pure in quella delle dinamiche da social network, ricordiamoci che c’è un mondo qua fuori. Basta aprire una finestra o un link. 
La ricerca di stasera è stata “storia dei confini”. Sono arrivata a “L’invenzione della frontiera. Storia dei confini materiali, politici, simbolici”. 

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers: