Sylvie Clavel, la scultrice di Sambuca

Sylvie Clavel - Sambuca di Sicilia
Africano – Sylvie Clavel – cm 57 x 70 x 120 – Sambuca di Sicilia

Sylvie Clavel è una donna pragmatica, energica e innamorata del suo lavoro. Nata nel 1953 in un piccolo paese vicino a Parigi, cresciuta in giro per il mondo tra l’apprendimento e l’insegnamento della danza e dello yoga, dal 1987 vive a Sambuca di Sicilia.

Si emoziona ancora un po’ quando racconta che ha smesso di danzare a 26 anni a causa di un incidente. Ma dopo quell’episodio ha iniziato una nuova vita: tra San Francisco e Parigi aveva imparato l’arte di annodare le corde e dare vita a enormi sculture tessili tridimensionali, che col tempo sono diventate la sua passione e il suo lavoro.

Ora le opere sono raccolte in una mostra permanente all’ex Monastero di Santa Caterina di Sambuca, dove il Comune ospita, oltre alle sculture tessili, una piccola collezione di reperti archeologici del V e IV secolo a. C, i dipinti del cappuccino Fra’ Felice e il laboratorio della stessa Sylvie. “Ho immaginato qualcosa sul modello dei laboratori “porte aperte” che ci sono a Parigi. Da anni propongo al comune di creare un vero e proprio centro per l’espressione della cretività. Se guardi il mio lavoro e i reperti archeologici sembra che ci sia una simbiosi perfetta”.

Sorge spontaneo chiedersi da dove abbia origine quest’alchimia che unisce tradizione e una forte dose di autodisciplina, e la risposta è nel tempo: “ci ho messo trent’anni a fare 10 opere. Il processo gestuale è semplice e nello stesso tempo lento. Con lo yoga ho imparato a conoscere me stessa, e questa consapevolezza di sè ce l’ha anche Sambuca. Qui c’è, come in molti altri posti in Sicilia, un museo etnoantropologico, dove si ritrova la tradizione. L’incontro tra me, il mio lavoro e questo luogo e la loro sinergia è frutto del caso. Un caso fortunato.”

Il valore delle opere di Sylvie è inestimabile, perché non ha prezzo il tempo che ci è voluto per crearle e la fatica delle sue mani, ma quella a cui sembra essere più affezionata è l’Africano: “una figura nella postura che io non posso più raggiungere, in ginocchio, seduta sui talloni, con la schiena eretta. E’ anche una posizione di meditazione. Avevo la maschera, regalatami da un amico africano, avevo un pezzo di ferro trovato in una fonderia. E da lì tutto ha preso forma. Non c’è una teoria”. Come nelle vie di Sambuca, dove tutto sembra fermo, tra tradizione e bellezza.

*Intervista ritratto realizzata per la rubrica Siciliani si diventa da Virginia Fiume per il numero 74 di I Love Sicilia

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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