Virtù, conoscenza e viaggi – Mappe da colorare

porto vancouver
Il porto antico di vancouver

L’ultimo post ha scatenato un bel dibattito intorno a una domanda: quando viaggiamo o migriamo siamo legittimati a criticare o la nostra soglia di tolleranza per quello che non ci piace deve alzarsi per rispetto alla cultura e alla società che andiamo a incontrare?

Proprio nei giorni successivi ho ospitato su Hobomondo (il blog dedicato ai viaggi) un guest post di Giulia e Angelo, esperti viaggiatori, che hanno condiviso un pezzettino del loro percorso in Cambogia. Oggi lascio lo spazio a Giulia. Cos’è il viaggio? Quali spazi ci apre nella mente? Fino a che punto ci possiamo preparare?

Mappe da colorare

di Giulia Margstahler
@giuglino

Quando del viaggio c’è ancora solo un’idea, un destino, tutti si prodigano a consigliarti i luoghi e le città che non puoi assolutamente non visitare, gli itinerari migliori da seguire, i piatti più gustosi che avrai l’occasione di assaggiare. E tu, riconoscente, accumuli nella testa nomi e dati, scrivi con la matita su un tovagliolo quei segreti preziosi. Ma quei nomi non ti dicono niente e li dimentichi subito, perché non sai situarli sul mappamondo, perché sono difficili da pronunciare. Si affollano uno sopra l’altro in una dimensione più metafisica che geografica, come in quella vignetta di Mafalda in cui Felipe – il biondino coi dentoni e il naso a forma di carota – viene sopraffatto dall’idea di un mondo che non contempli la distanza: «Hai pensato cosa accadrebbe se non esistesse la distanza?» «Se non esistesse la distanza? No, cosa accadrebbe?» «Che tutto sarebbe qui. Ti rendi conto cosa succederebbe se tutto fosse qui?» «Il Cremlino Beatles Africa Il Cavaliere Solitario Il muro di Berlino Cuba Disneyland Pelè Il Ku Klux Klan Jerry Lewis… Tutto qui!».

Una volta prenotato il volo il viaggio comincia a prendere forma, a farsi concreto. Finalmente sai che partirai, e in che giorno. Cerchi di dare un senso a quel garbuglio di nomi, luoghi e dati, stampi una mappa ad alta definizione, provi a capire dov’è A, dov’è B, e come arrivare da A a B. Prendi una matita un righello e una gomma e stabilisci con determinazione di ferro l’itinerario più logico, intelligente, ottimale. Ore e ore su internet, a spulciare blog e forum di viaggi, cercare combinazioni di parole su google sperando che qualcuno si sia già posto la stessa tua domanda e qualcun altro, anima bella, a quella stessa domanda abbia risposto. Compili elenchi su elenchi di link, costi, orari dei treni e degli autobus, indirizzi di ostelli, rimedi contro la diarrea del viaggiatore, leggi compulsivamente ogni guida, resoconto, testimonianza, stampi materiale variamente informativo, fotocopi i documenti, la polizza assicurativa, i numeri per bloccare le carte dall’estero. Ti trovi a stendere un itinerario estremamente dettagliato, giorno per giorno.

La smania del viaggio occupa le tue giornate. Ti aggiri con fare sospetto nei negozi di articoli sportivi, alla ricerca di torce a led, lucchetti di cui ti scorderai la combinazione nel momento in cui finalmente ne avrai bisogno, scomodissimi marsupi porta soldi da tenere sotto la maglietta, calze che non fanno sudare i piedi, bustine impermeabili per i documenti; ti tocca andare dal dottore dei viaggi e sottoporti alla trafila dei vaccini non obbligatori, ma consigliati: contro il tifo, il colera, l’epatite, la rabbia. Contro la malaria non esiste vaccino, ci si può solo ricoprire di antizanzare e, volendo, prendere delle pillole che riducono la possibilità di contrarre la malattia. Un annoiato operatore sanitario ti spiega che le zanzare sono attratte dai colori scuri e dai colori accesi, che ti dovrai sempre coprire braccia e gambe, vestire di colori chiari, che non è una buona idea uscire dopo il tramonto.

Esci dall’Asl piuttosto angosciato, con la certezza che sarai morso da una scimmia rabbiosa, urticato da una mostruosa medusa, punto da qualche insetto portatore di terribili malattie. Ti chiedi en passant se non sarebbe stato meglio andare in vacanza ad Alassio; poi, tornato a casa, apri l’armadio e tiri fuori dal ripiano più in alto lo zaino grande da 70 litri che ti ha accompagnato tante altre volte. Ho letto recentemente una frase che mi ha fatto ridere: più la valigia è intelligente, più il viaggiatore è scemo. Sarà, comunque a stare in giro due mesi bisogna portarsi dietro meno peso possibile; metti dentro lo zaino mezzo guardaroba, lo pesi, rovesci tutto il suo contenuto sul letto e lo riempi di nuovo, lasciando fuori metà delle cose (alla fine quando parti, e la bilancia al check-in segna 9.2 chili, ti senti proprio una brava tartarughina con la sua casetta sulle spalle).

Man mano che la partenza si avvicina passi, con grande naturalezza, a un nuovo e diverso stato d’animo: nauseato dalla mole di informazioni che hai raccolto, dalla marea di fogli che hai stampato, ti accorgi che forse non valeva la pena di sprecare tutta quella carta. Sei, sono, siamo più sereni, l’attesa ci pizzica la pelle, si mescolano l’eccitazione, l’impazienza, un pochino di paura, gli occhi brillano. Come viene viene, che vadano a quel paese – pure loro – i piani, gli itinerari, i programmi. Io parto, e ogni attimo dura il tempo in cui viene visto e vissuto, con lo sguardo aperto e curioso, con la consapevolezza del privilegio che mi è concesso, della bellezza del mondo e della possibilità di percorrerlo in lungo e in largo, dell’importanza e necessità di seguire virtù e conoscenza.

Manca solo da rassicurare mamma e papà, che all’inizio erano preoccupatissimi e non capivano la tua decisione di andare così lontano, e per così tanto tempo; però adesso sono felici che tu sia felice, ti abbracciano forte e ti fanno le loro raccomandazioni. Quelle di mia madre sono sempre abbastanza specifiche: stai attenta alla polizia, stai attenta alle pozze, stai attenta a non cadere nei buchi. Mio padre non mi raccomanda niente, ma mi chiede di portargli delle sementi per l’orto e un cappello da esploratore; poi mugugna un po’.

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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