Sovraccarico Informativo: la forza creativa del contesto

Non me la sono inventata io la teoria per cui il web è cosí pieno di contenuti da causare fenomeni come l’obesitá informativa o il sovraccarico informativo (noto anche come information overload).

Cos’è il sovraccarico informativo

Ho cercato qualche informazione per capire chi ha coniato per primo il termine information overload. Il più accreditato è Alvin Toffler che ha reso il termine sovraccarico informativo popolare nel 1970, attingendo agli studi di un professore di Scienze Politiche, Bertram Gross. Esiste anche un piccolo libro, intitolato Informarsi con lentezza, che in qualche modo offre a chi lavora sui contenuti, ma anche a chi i contenuti li consuma, alcune lezioni importanti su come si può sopravvivere a questa obesitá informativa, che come ogni forma di obesitá, porta con sè altissimi rischi per la salute. Almeno per quella mentale.

Ogni volta che penso al sovraccarico informativo mi viene in mente un’infografica, che è stata prodotta in tantissime versioni e intitolata con varie sfumature della frase “Cosa succede in 60 secondi sul web”. Qui ne trovate una versione del 2014 e una versione del 2016, linkate alla fonte da cui le ho scaricate.

Infografica quanti contenuti vengono consumati e pubblicati sul web in 60 secondi
Fonte: GypsyNinja – Anno 2016
Infografica cosa accade in 60 secondi sul web contenuti
Fonte: Aci.info – Anno 2014

In tutta questa confusione personalmente trovo sempre più spesso molto difficile esprimere un sonoro WOW. Posso leggere un buon articolo, una riflessione che condivido, forse anche guardare un video ben fatto o una fotografia azzeccata. Ma i momenti in cui mi trovo davanti qualcosa che riesce a entusiasmare il mio tutto particolare senso estetico sono davvero pochi. E per me questa sensazione di trovarsi di fronte a tante ripetizioni è un chiaro sintomo di sovraccarico informativo. Ci sto lavorando, cerco di allargare le maglie della mia filter bubble, lavoro continuamente sulle persone che seguo o con cui interagisco per migliorare la qualità di quello che scopro. Ma la sonora frase “questo è geniale” la pronuncio poco. E questo stato d’animo per me definisce in maniera molto pratica i problemi causati dal sovraccarico informativo. Problemi che sono professionali e personali.

Professionali, perchè chiunque si occupi di contenuti deve inevitabilmente fermarsi a riflettere su come il suo lavoro deve incontrare il pubblico.

Personali, perchè come individuo non voglio smettere di interrogarmi su cosa mi piace e cosa no, su cosa mi arricchisce e cosa no.

Bene. Nelle ultime 24 ore mi sono imbattuta in due contenuti WOW. E ritengo utile appuntarli qui sul blog. E magari cercare di capire se hanno un tratto comune.

Due bei contenuti fuori dal sovraccarico informativo

Ecco il primo.

Un profilo instagram curato bene
Foto tratta dal profilo instagram @cmonstudent

Se volete provare l’effetto WOW anche voi cliccate sul link che vi porterá al profilo instagram @cmonstudent.

esempio di articolo interattivo con bot
Estratto di Technology Imitates Art.

Il secondo contenuto WOW l’ho scoperto grazie alla lettura tri-settimanale di Wolf. Nel pezzo intitolato Funzionalitá per cui potresti uccidere, disponibile solo per gli abbonati, Mafe De Baggis scrive di Interfacce Conversazionali. Ecco, l’esempio che condivide per spiegarsi mi ha creato un altro momento di stupore, a sole 12 ore da quello provato su Instagram. Andate a “vedere” questo articolo: Technology Imitates Arts. The Rise of Conversational Interface. “Vedere” tra virgolette perchè non so bene quale verbo si possa usare per quello che troverete al link: guardate, leggete, interagite, cliccate, godete?

Cosa hanno in comune questi due contenuti e perchè hanno attirato la mia attenzione nell’information overload quotidiano?

I due contenuti presentati hanno molte differenze.

Il primo, che di fatto è un profilo Instagram, smuove delle corde estetiche e crea un effetto sorpresa, forse straniamento. Quando accediamo a un profilo Instagram siamo per lo più abituati a vedere le foto organizzate in un flusso verticale. E soprattutto siamo abituati a guardare ogni foto come un contenuto sostanzialmente autonomo. Se davvero c’è una connessione tra le immagini questa viene resa attraverso i testi delle didascalie, o attraverso l’uso di elementi ricorrenti tra una foto e l’altra. In questo caso invece il posizionamento delle foto e lo sguardo di insieme creano una serie di immagini ampie, di cui ogni singola foto non è che un dettaglio. Qualcosa che non siamo abituati a vedere su Instagram. O che io sicuramente non avevo mai visto.

Il secondo esempio va a lavorare alla presentazione di informazioni utilizzando tecniche e tecnologie diverse. Si combinano un post e un BOT. Il lettore dopo una prima interazione “forzata” con il BOT sceglie se consumare l’articolo in maniera tradizionale o se prestarsi al gioco e intervallare la lettura del post con alcune interazioni con Paul, il BOT, appunto. L’aspetto interessante è che Paul aiuta il lettore a aumentare la quantitá di informazioni disponibili sul tema trattato nell’articolo.

Quindi nel primo caso ci troviamo di fronte a un’esperienza di tipo visuale, all’interno di un social network, e nel secondo caso di fronte a un’esperienza quasi interamente testuale, all’interno di un sito.

Quello che credo sia il tratto comune tra le due esperienze e che mi ha colpito nel raffrontarle è l’uso del contesto.

Secondo il fido etimo.it la parola Contesto deriva dal latino, Contextus. Si tratta del participio passato del verbo Contexere, che significa tessere insieme, intrecciare.

E questo fanno entrambi i contenuti: intrecciano.

Il profilo Instagram fa una cosa che non ho mai visto fare sulla piattaforma: usa le immagini tenendole insieme l’una con l’altra. Creando una connessione forte tra ogni elemento, che non sarebbe comprensibile se anche solo un tassello venisse estrapolato dal contesto.

L’articolo sulle interfacce conversazionali crea un utilizzo diverso per il BOT. Non si tratta più di un dialogo artificiale, ma di uno scambio di informazioni tra la macchina (curata evidentemente da un umano) e il lettore, con un livello di pertinenza altissimo rispetto alla pagina in cui l’elemento tecnologico “BOT” si intreccia con l’elemento tecnologico “articolo ipertestuale”.

Il contesto in entrambi i casi non è solo un paesaggio o un contenitore, ma un elemento vivo dell’esperienza del lettore.

Che a sua volta si sente vivo. E soddisfatto della sua nutrizione informativa. Almeno per qualche ora.

 

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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