Produttività vs Selettività

fonte: www.marcostefanelli.com

Ieri ho lentamente e progressivamente iniziato a riprendere contatto con i contenuti e gli strumenti di internet. Dopo una settimana di sole pagine di carta. Mi sto cimentando con la lettura di Infinite Jest, di David Foster Wallace. A parte che mi sembra di stare leggendo 25 libri contemporaneamente. Ma credo che ci vorrà molta concentrazione e dedizione per arrivare alla fine.

In una piccola e frettolosa capatina su twitter ho scoperto l’esperimento di un certo Alex Charcar. Appassionato di scrittura come hobby ha deciso di dare vita a un esperimento: un post al giorno, per 31 giorni. Ma non post brevi e inutili, dei veri e propri essay all’anglosassone: massimo 1000 parole.

L’esercizio di Charcar voleva dimostrare come la qualità della scrittura migliori con il tempo e con l’esercizio. Lo stesso “apprendista scrittore” teorizza il fatto che la croce e la delizia dei creativi risieda nel fatto di doversi sempre mettere in mostra, provare continuamente a far conoscere il loro lavoro.

Sono interessanti da leggere quei piccoli saggi, e anche quelli di un certo Dmytri Fadveyev, che ha riproposto lo stesso esercizio.

E’ settembre. Riprende l’anno scolastico. Ed è tempo di propositi. Tra i miei obiettivi c’è quello di scrivere sempre di più. E resta il dilemma. Scrivere tanto, per esercizio, per passione, per curiosità, o scrivere e pulire, ripulire, ritagliare. E pubblicare solo quello che è passato attraverso i processi di selezione e auto-editoria?

E, in generale, è meglio leggere tanto di uno stesso autore o sapere che il tomo che ci ritroviamo a scarrozzare in giro per spiagge, treni, aeroporti, autobus è il frutto di una dannazione dell’anima che cerca di dare forma e organicità a mille percorsi di pensiero? Wallace ha pubblicato due romanzi in vita. E uno da morto. E tra il secondo e il terzo sono passati 15 anni.

Torno a leggere. Prima che a scrivere. E mi domando dove sta il confine.

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

5 comments: On Produttività vs Selettività

  • ”Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca. Comunque, questo è il tuo mestiere, che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte, solo questa è la porta da cui, se mai, potrai trovare scampo. Scrivi, scrivi. Alla fine, tra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse).” Dino Buzzati

  • Pingback: Sindrome post-olimpiadi « Storie fatte di parole ()

  • Interessa molto la conclusione del tuo post.

    ” Wallace ha pubblicato due romanzi in vita. E uno da morto. E tra il secondo e il terzo sono passati 15 anni.”

    Voglio dire, dipende tutto da qual è il tuo scopo nella vita, come scrittore. Se lo scopo è vivere come scrittore, vendere, guadagnare, metterti in mostra alle presentazioni, beh, dovrai darti da fare.

    “Un libro all’anno potrebbe essere poco”, mi ha detto qualche tempo fa il Sig. Einaudi ( http://bit.ly/TJszjx )

    Lo scopo, però, non può essere “vivere come scrittori”, ma “essere scrittori”. Scrivere, faticare, fallire, riprovare, scrivere ancora e realizzare lo scritto che influenzi la letteratura mondiale, che cambi il modo di pensare, che convinca il Mondo che una tua idea è valida, o che comunque lo induca a pensare. Ecco, per questo, bastano poche righe, un romanzo breve. Un racconto lungo.

  • Ho risposto con calma. E ho letto quello che hai scritto sul ruolo del blog nella vita di chi scrive http://www.arturorobertazzi.it/2012/09/17/che-scrittore-sei-se-non-hai-un-blog/

    Un’ulteriore differenza, oltre quella che tu sottolinei, tra “vivere come scrittori” ed “essere scrittori, è quella tra “scrivere” e “pubblicare”. In quel caso diciamo che bisogna che ci sia una grande produttività, affiancata dalla selettività. Non tutto quello che scriviamo è subito bello e pronto per essere pubblicato. C’è un ulteriore lavoro di pulizia, rifinitura, organizzazione delle idee. E allora diciamo che il dilemma continua. E ogni tanto bisogna ricordarsi di non confondere la “selettività” con un eccesso di timidezza.

    Si va per tentativi. E la cura di un blog è un buon tentativo intermedio.

    Poi c’è la scrittura twitterettiana o feisbucchiana. E lì si apre un altro discorso: la ricerca dell’equilibrio tra partecipazione e esibizione.

    Ma qui passiamo alle philosophical humanities.

  • In inglese, infatti, si dice “I am a writer” oppure “I am a published writer” per marcare la differenza. Ma produttivita’ e soprattutto selettivita’ sono caratteristiche di entrambi.

    Io credo che la selettivita’ in particolare sia fondamentale. Di un autore non e’ importante il numero di opere. Cio’ che fa la differenza e’ se un romanzo, almeno uno, abbia influenzato il cammino della letteratura.

    “Non tutto quello che scriviamo è subito bello e pronto per essere pubblicato. ”
    Io credo che una delle qualita’ maggiori dei grandi scrittori sia la perseveranza. Scrivere, leggere, correggere, riscrivere. Quasi all’infinito. Finche’, per bravura o per fortuna, si becca la frase perfetta. Non c’e’ scampo a questo meccanismo.

    E potremmo andare avanti. Anzi, bisognerebbe scrivere un articolo su questo, no? 🙂

    Ps: perdona l’assenza di accenti, e’ la tastiera tedesca.

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