Nuovi appunti milanesi

Chiesa Remix #darsena #milano

Un video pubblicato da @lagilla in data:

Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere
E partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già?E andiamo a Genova coi suoi svincoli micidiali,
O a Milano con i suoi sarti ed i suoi giornali,
O a Venezia che sogna e si bagna sui suoi canali
O a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali.

Cantava De Gregori nella sua Viaggi e Miraggi. Ci sono canzoni che ascolto in maniera ricorrente. Canzoni che restano silenziose nei ricordi. E poi ritornano come prepotenti armonie a far da colonna sonora a certi passaggi di vita. E con tre trasferimenti in poco piu’ di un anno la distanza tra un passaggio e l’altro si e’ accorciata volta dopo volta.

Cosi’ sono di nuovo a Milano. Milano che ogni volta che ci torno mi costringe a riguardarmi mentre la osservo nei suoi cambiamenti e nelle sue costanti. Milano che odio e che amo.

Quando avevo 16 anni dicevo: “Roma e’ come una troia: ti avvolge immediatamente in tutta la sua bellezza. Milano? Beh, Milano e’ piu’ figa di legno; devi esplorarla, scartavetrarne la superficie per raggiungerne l’essenza”. Sono passati 16 anni da quando elaboravo queste sagge ed eleganti metafore. E Milano mi si e’ mostrata meno timida e piu’ esplicita nella sua bellezza. Milano che intreccia creativita’, design e poverta’. E non solo nelle sue periferie.

Il viaggiatore piu’ attento che si trovasse ad avventurarsi per le vie del capoluogo lombardo non potrebbe evitare di infilarsi nel cortile di qualche casa di ringhiera. Irresistibili, sono dappertutto, da Brera alla Bovisa, incluso il perimetro d’ombra del Bosco Verticale e del grattacielo Unicredit. Sono le case popolari della Milano di fine ‘800, sono diventate le due facce di Milano come scrivevano sul Corriere nel 2010, tra single e creativi e immigrati.

Questa dicotomia non e’ solo del Ventunesimo secolo. Basta fare qualche ricerca per scoprire come questi luoghi, con le corti interne, i panni stesi, le finestre di una vita spalancate sulla vita di qualcun altro, siano sempre state il primo approdo per chi arrivava a Milano e per chi cercava un posto dove cominciare. Nell’Ottocento, oggi e negli anni del boom economico. 

In questo equilibrio architettonico mi riscopro a sentirmi a mio agio in Via Imbonati, in una zona che non ho mai esplorato. Dove la casa di ringhiera appoggia il suo orizzonte al palazzo dove ha la sede la casa editrice Hearst. Dove la vecchia fabbrica di cioccolato Zaini si intreccia nel mio immaginario con la sede dell’agenzia Saatchi&Saatchi, a dodici minuti a piedi da qui. Imbonati Maciachini, dove il macellaio e’ probabilmente egiziano, il ristorante Huan Nan offre tre tipi di menu: italiano, cinese e peruviano e l’assembramento di persone davanti alla sede dei Testimoni di Geova credo sia di origine latino-americana. Dove la cassiera dell’Esselunga e’ un’ elegante signora che sgrida la ragazza che si e’ infilata nella coda della “Cassa Max 10 pezzi”. Quest’ultima non ha sentito la cassiera che le diceva che aveva troppi pezzi; colpa delle cuffie nelle orecchie. E la signora alla cassa, intransigente, le ha fatto ritirare tutti gli alimenti che erano gia’ stati posizionati sul nastro trasportatore. Segue frenetica discussione che alterna cadenze di tutta Italia.

Peccando di esterofilia potrei dire che qui Milano sembra East London, un punto imprecisato al confine tra Kingsland Road e Stoke Newington Road. Ma e’ solo Milano. Il porto di partenza di tutte le mie traversate.

E forse e’ proprio il tascapane polveroso riempito negli ultimi anni tra il Far West canadese e l’Atlantico canario-africano che mi ha fatto salire lacrime e risate mentre camminavo sulla Darsena rinnovata. Poco prima di vedere i francescani danzanti, a due passi dal Mercato coperto ristrutturato. In uno scorcio dal vago sapore berlinese. Ecco, l’esterofila torna, in questa continua ricerca di paragoni con quello che si puo’ vedere in giro per l’Europa.

case di ringhiera a milano
Fonte: Ocula.it

Milano che e’ il mio specchio. Dove confronto quella che ero, quando a 16 anni sognavo Roma, a 18 imparavo a parcheggiare, a 20 volevo fare la giornalista, a 25 raccoglievo firme e poi per la prima volta mettevo la mia vita in uno zaino, pronta a partire. Milano che negli anni e’ diventata punto di arrivo, di passaggio e di partenza. Milano che mi preparo a guardare con gli occhi curiosi della bambina che ero. E che nella donna che sono hanno la stessa luce e cominciano ad avere qualche minuscola increspatura.

E quel capello bianco, quei fili bianchi tra i capelli sempre incasinati sono il mio balcone di ringhiera. Il punto di equilibrio tra le mie vite possibili.

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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