L’anno in cui ho iniziato a pagare per i contenuti online

È tempo di fare coming out. Calcolatrice alla mano ho scoperto che quest’anno ho speso circa 550 euro per pagare contenuti online. E ti dirò di più: il 91% di questi soldi molto probabilmente verrá speso anche l’anno prossimo, visto che nella maggior parte dei casi ho effettuato delle sottoscrizioni ricorrenti che vanno a pescare ogni mese dal mio conto corrente. A dire il vero ho speso di più, avendo comprato un buon numero di libri in versione ebook. Ma quella è un’altra storia.

Prima di dirti quali sono le realtá editoriali su cui ho deciso di investire e le motivazioni, voglio soffermarmi per qualche riga su questo concetto di pagare per i contenuti online. Sia dal punto di vista del lettore sia dal punto di vista dell’editore o del creatore di contenuti.

E sono anche curiosa di sapere qualcosa in più sulla tua storia di lettore online: hai speso dei soldi quest’anno per leggere notizie o approfondimenti via internet e via web? Quanti? Se quest’anno hai speso più del solito sapresti risalire al perchè?

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Io, una millenial che paga per i contenuti online

Anche se il termine millenial non mi fa impazzire, credo che le categorizzazioni anagrafiche e culturali siano utili quando si cerca di tracciare dei quadri di analisi dei media. Con il termine Millenial si intendono i nati tra il 1981 e il 1998. Essendo io nata nel 1983 faccio pienamente parte della categoria.

Nel febbraio del 2015 l’American Press Institute e l’AP-Norc Center for Public Affairs Research hanno effettuato una ricerca su 1, 045 giovani americani per capire se e come questi millenials spendono per accedere a contenuti online a pagamento.

Il rapporto è tutto da leggere, ma questi sono alcuni dei dati fondamentali:

  • L’87% degli intervistati paga personalmente per sottoscrizioni o servizi a pagamento (per la maggior parte contenuti televisivi, film e musica)
  • Il 45% di chi ha più di 21 anni paga per contenuti legati alle notizie (rispetto al 23% di chi ha tra i 18 e i 21 anni)
  • Non ci sono differenze socio-economiche sostanziali tra chi paga per le news e chi no
  • Il 90% di chi paga per le news paga anche per i servizi di intrattenimento

Per quanto riguarda le news i dati sui contenuti a pagamento stanno cominciando finalmente ad assumere valore statistico. Giá da qualche anno il report annuale del Reuter Institute for the Study of Journalism include un capitolo intitolato “Pagare per le notizie online”.

Nella tabella qui sotto si trova la spesa media in sterline per i contenuti nei diversi paesi analizzati nel rapporto.

quanto si spende al mese per i contenuti online nei diversi paesi
Fonte: Digital News Report 2016- Reuters Institute for the Study of Journalism.

Io avendo speso nel 2016 circa 35£ al mese, mi colloco nella media tedesca e francese. Sono leggermente al di sopra della media italiana. E ben al di sotto della media del paese in cui vivo, il Regno Unito, che domina la classifica.

Un tratto interessante che introduce questa tabella nel rapporto del centro studi sul giornalismo di Oxford riguarda il rapporto tra spesa individuale e tendenza del mercato di riferimento al far pagare per i contenuti online. Il rapporto è direttamente proporzionale: più i progetti editoriali in un paese prevedono contenuti a pagamento, più aumenta la cifra spesa in media dal pubblico.

Non è vero che il pubblico non vuole pagare per i contenuti, semplicemente bisogna educarsi vicendevolmente all’idea che i contenuti di qualitá non siano gratis. Forse proprio a partire dagli editori.

Perchè gli editori devono iniziare a far pagare i contenuti online

Nel libro DCM – Dal Giornalismo al Digital Content Management di Alberto Puliafito si legge una interessante riflessione su come le “notizie” siano diventate Commodity.

Per definire il termine commodity Alberto cita la Treccani, che offre due definizioni:

sostanza ottenuta industrialmente in grande quantitá (prodotto di massa) e in genere a basso costo

[sostanza] che costituisce la base per la produzione di molte altre sostanze

L’analisi di Alberto mostra come il sistema di produzione delle notizie da parte soprattutto dei grandi gruppi editoriali, vincolato alle esigenze degli inserzionisti pubblicitari, si basi sulla quantitá e sulla ricerca dei volumi indistinti di traffico, tralasciando completamente la ricerca della qualità e della relazione (e conseguente soddisfazione) del lettore.

Insomma, esattamente l’opposto di quel “giornalismo costruttivo” descritto nel post riguardante De Correpsondent: un crowdfunding da un milione di dollari e una comunitá di 45, 000 persone che pagano per i contenuti.

Non sono abituata a fare profezie. Ma se dovessi accennare a una previsione per il 2017 direi che questo sará l’anno in cui gli editori e i giornalisti dovranno quanto meno iniziare a pensare di chiedere dei soldi direttamente ai lettori.

Perchè lo dico? Oltre al buonsenso, oltre ai dati descritti sopra rispetto ai comportamenti di acquisto del pubblico online e all’istinto che descriverò a breve che mi porta a spendere sempre di più per comprare contenuti online, me lo dice anche l’incremento dei contenuti su questo tema che mi è capitato di leggere sempre più di frequente in queste ultime settimane.

Secondo Tom Standage, Deputy Editor dell’Economist, entro il 2025 sparirá dalla circolazione il cosiddetto display advertising, cioè la pubblicitá basata sui banner. 

Il Nieman Journalism Lab, progetto della Harvard University che ti consiglio di monitorare costantemente se sei interessato all’analisi dell’informazione, ha raccolto una serie di previsioni per il 2017 del giornalismo. Paywall, rapporto con i lettori, richiesta diretta di soldi sono alcuni dei temi predominanti.

Il tema di come far acquistare i contenuti ai lettori sta diventando sempre piú frequente. Il giornale Voice of San Diego ha lanciato un programma per i giornali locali negli Stati Uniti per imparare a gestire dei piani economici basati sulle sottoscrizioni. E vedo sempre più spesso parole chiave legate al marketing entrare a far parte del discorso legato alle redazioni.

Insomma, ti do appuntamento al dicembre del 2017 per vedere se la mia previsione è corretta. Bada bene, non ho detto che i giornali inizieranno a basarsi sui contenuti a pagamento. Ho detto solo che si inizierá a parlarne un po’ più seriamente.

Per quali contenuti online ho pagato nel 2016 (e perchè)

chi paga per i contenuti onlineEccomi arrivata alla fine di questo lungo post. Resta da rispondere a una domanda: perchè mi sono messa a spendere cosí tanti soldi per accedere ai contenuti online? Perchè non sono “i contenuti”, ma sono i contenuti che interessano a me. Perchè li ritengo storie, approfondimenti, analisi che fanno bene al mio cervello per pensare e perchè ritengo che la loro esistenza faccia bene al web inteso come ecosistema. Perchè leggendoli, guardandoli, ascoltandoli, ho la netta sensazione che ci sia dietro il lavoro di persone competenti. E quindi voglio che quelle persone guadagnino dal loro lavoro, per poter continuare a farlo cosí bene. Nella maggior parte dei casi, ma questa forse è solo una coincidenza, sono tutti contenuti dove non trovo pubblicitá o la pubblicitá è quasi minima.

Ora non mi resta che lasciare qui la traccia di come ho speso i miei soldi digitali quest’anno.

Progetto Editoriale: Valigia Blu
Soldi spesi: 30 euro
Frequenza: donazione per crowdfunding
Motivazione: mi rassicura sapere che c’è qualcuno che smonta e verifica notizie, non-notizie e temi di dibattito politico.

Progetto Editoriale: Slow News
Soldi Spesi: 2 euro
Frequenza: ogni mese
Motivazione:  Perchè i cinque fondatori stanno cercando di creare le fondamenta per un modo diverso di fare giornalismo. E perchè hanno avuto il coraggio di mettere online un bellissimo progetto, il loro Verticals, non finanziato dalla Google Digital Initiative. Ma non per questo bello, bello, bello. Giornalismo che paga chi lo produce, giornalismo che esiste solo se pagato dai propri lettori.

Progetto Editoriale: Wolf.
Soldi Spesi: 10 euro
Frequenza: ogni mese
Motivazione: Contenuti di qualitá, SEO, Comunitá, e tanto altro. Ne ho scritto abbondantemente a luglio: chi si occupa di media non può non abbonarsi a Wolf.

Progetto Editoriale: QCodeMag
Soldi Spesi: 10 euro
Frequenza: donazione per crowdfunding
Motivazione: perchè racconta il mondo che troppo spesso troppo pochi raccontano.

Progetto Editoriale: Robinson (l’inserto culturale di Repubblica)
Soldi Spesi: 19.99 euro
Frequenza: costo mensile per l’abbonamento LaRepubblica+
Motivazione: non mi sarei abbonata alla versione digitale dell’edizione cartacea di Repubblica. Ma non c’era altro modo per potere leggere da Londra l’inserto culturale. E io adoro gli inserti culturali. Mi mettono di buon umore. E questo è particolarmente facile da leggere. E ha alto valore aggiunto. Si vede che c’è un attento lavoro giornalistico dietro.

A questi si aggiungono gli abbonamenti mensili a Netflix e Express VPN (per guardare Netflix Canada, Netflix Usa e Netflix Italia, oltre che a Netflix UK) per un totale di 18£. Principalmente perchè non sono capace di scaricare i film. E l’abbonamento a Spotify. Perchè se no che Millenial sarei?

Budget 2017? Confermare l’esistente e aggiungere qualche cosa in inglese.

 

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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