Mi fido

La vera perla di Ligabue negli anni ’90 non furono le sue canzoni. Anche se quelle notti intorno al fuoco a cantare “Ci han concesso solo una vita, soddisfatti o no qua non rimborsano mai” me le ricorderò per sempre. E mi hanno insegnato un sacco di vita. Di cui non mi vergognerò mai. 

La vera perla di Ligabue era scritta a mano, ricopiata accuratamente sulla Smemoranda. Era il monologo “Credo” del film Radio Freccia. C’era Stefano Accorsi che interpretava Freccia, nella Bassa Padana. Metteva su un disco. Si chiudeva tra le mura della Radio. E esorcizzava la vita, le dipendenze, il dolore, la gioia, l’amore e la violenza del sentire la vita con un disco, una sigaretta e il suo “Credo”. 

Credo nelle rovesciate di Bonimba, e nei riff di Keith Richards.
Credo al doppio suono di campanello del padrone di casa, che vuole l’affitto ogni primo del mese.
Credo che ognuno di noi si meriterebbe un padre e una madre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi.

Lo avevo imparato a memoria. E la memoria a lungo termine funziona ancora abbastanza bene per ricordarne l’incipit. 

Sono passati 21 anni. Non so bene come sia emerso questo ricordo da quei meandri. 

Eppure recentemente mi sono ritrovata a pensare alle cose di cui mi fido. A immortalarle in un post su Instagram. Fermarle. Raccontarle. Le cose di cui mi fido, sono diverse dalle cose in cui credo. Fidarsi è più bello che credere. 

Fidarsi, nella sua radice provenzale, ha un significato molto più concreto di credere. Significa sapere che qualcosa a un certo punto tornerà indietro. Magari con un’altra forma. Magari in un altro tempo. 

Mi fido delle albe. Mi fido dei tramonti. Mi fido delle mie gambe che camminano in lungo e in largo per le città e accelerano e rallentano per darmi il tempo di guardare il cielo. O il telefono. 

Mi fido degli anelli di argento e di acciaio che ho imparato essere superiori all’allergia della mia pelle ai materiali impuri. 

Mi fido del caffè. Delle sigarette. Del vino.  

E forse mi sbaglio. Ma so che se decido loro e non decidono loro per me mi tengono in piedi. Mi fido del basso, della chitarra, della batteria. 

Mi fido del pogo di un concerto rock. Dove un ciccione sudato prende te che sei l’unica donna e ti salva dalla frenesia. E dai gomiti troppo alti. 

Mi fido del cielo. Delle nuvole. Mi fido anche delle nuvole nere. E del temporale. Perché torna sempre il sole. E se non torna subito ci sarà un perché. 

Mi fido delle persone che sorridono e piangono. 

Mi fido dei piercing. Di quel dolore che se te ne prendi cura passa e lascia il segno giusto. 

Mi fido di Robert Smith che suona e canta e si abbraccia per tre ore. E poi dice “Please, let me play a little bit longer”. Mi fido di chi ho amato. Perché c’era un motivo. 

Mi fido della Capitana Carola Rackete. E di tutti quelli che come lei sanno scegliere – scegliere bene – da che parte stare. 

Mi fido di chi sa dire quello che pensa. E che sa ascoltare quello che pensano gli altri. Mi fido di chi non sta in mezzo, ma prende posizione. Anche a costo di stare scomodo. 

Mi fido della sveglia che suona alla mattina. E delle mie orecchie che la sentiranno. E se non la sentiranno vorrà dire che c’era un sogno più importante da ascoltare. 

Mi fido delle mie lacrime. E dei miei sorrisi. Perché solo conoscendoli e riconoscendoli posso sperare di abbracciare quelli degli altri. 

Mi fido della carta dei libri. E di quella dei taccuini, 

Mi fido dei miei errori. E pure un po’ dei miei orrori. 

Mi fido della erre moscia. Delle gonne corte e dei pantaloni strappati. 

E quando non mi fido trovo una canzone. Una parola. Una finestra aperta. E finché resta aperta l’aria fresca non smette di passare. 

E se è notte e non so se domani splende il sole, mi metto una felpa e aspetto che il sole scaldi la pelle e il cuore. 

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