Lo zen e l’arte della stampella

“Non ci posso credere. Questa sarà una grande rottura di coglioni. Una rottura di coglioni grandissima”.

Ci sono poche sensazioni nette come quella che provi quando comprendi che un pezzo del tuo corpo si è appena rotto.

Ti dicono che “se fosse rotto urleresti dal dolore”. Ma tu lo sai e basta. E non c’è bisogno di urlare per sapere che qualcosa non funzionerà più come dovrebbe. Almeno per un po’. 

C’è un istante Prima, in cui compi azioni quasi senza pensare.
E un istante Dopo, in cui il dolore è interrotto solo da momenti di silenzio glaciale nella tua testa in cui senti solo la tua voce che intercetta quel dolore e lo trasforma in quella consapevole frase “è successo veramente. E sarà una grande, grandissima, rottura di coglioni”. 

E c’è una sequenza di Mentre. Mentre stai cadendo, mentre percepisci l’ombra della catena nera che non avevi visto perché troppo distratta dall’assicurarti di riporre il telefono in tasca mentre stavi scendendo da quel piedistallo su cui ti eri arrampicata per fare un video mentre fumavi una sigaretta mentre eri in viaggio mentre scrivevi mentalmente gli appunti per l’incontro del pomeriggio mentre osservavi l’architettura della stazione di Anversa, il cielo di quel blu che ha prima del pieno sorgere del sole e la folla di persone assiepate a danzare alle 7.30 di un venerdì mattina di ottobre. 

Quel Mentre diventa immediatamente Adesso

Adesso non hai più due gambe e due mani. Hai una gamba molto magra, che sente tutto. E che se adesso sta tranquilla sotto il tavolo, dopo sarà gonfia e dolorante. Hai due mani che devono impugnare saldamente le stampelle perché tu possa muoverti. E quindi adesso ogni volta che ti muovi devi pensarci molto bene. Perché un conto è fare movimenti che sono parte della tua vita da 36 anni. Un conto invece è dire alle tue mani, ai tuoi polsi, alle tue spalle, alla tua schiena, che cosa devono fare perché tu possa andare dal punto A al punto B. 

E se le mani i polsi le spalle la schiena sono impegnati, mentre vai dal punto A al punto B puoi solo pensare ai movimenti che devi fare. 

Non puoi guardare il cielo. Perché è meglio controllare che non ci siano asperità del terreno per le tue stampelle. 

Non puoi fumare una sigaretta. Perché le mani hanno ben altro da fare che rollare e fumare. Quella tensione dietro alla schiena ti serve per muoverti, non sprecarla. 

Non puoi scrivere su whatsapp, telegram, messenger. Non puoi drogarti di notifiche o di connessioni. Non puoi nemmeno ascoltare quella nota vocale che sai che ti riempirebbe il cuore di amore. O guardare quella foto. O scattare quella foto. Lo potresti fare.

Ma sarebbe un Adesso. Non un Mentre.  

E c’è tutta la differenza del mondo. 

Non puoi guardare la persona che sta camminando accanto a te. Perché – esattamente come per il cielo – devi guardare dove metti le mani se non vuoi ruzzolare ai piedi della suddetta persona. Certo. Ti potresti fermare e guardare e sorridere. Puoi. Se vuoi. Adesso. Non Mentre. 

E anche quando sei fermo, ogni singolo movimento ha la dignità di essere pensato.
In un abbraccio è più probabile che ti debba lasciare abbracciare perché le tue mani e le tue braccia sono quello che ti tiene in piedi. E perché nessuno ha voglia di trovarsi una stampella piantata nella schiena. 
Quando prendi appunti sul taccuino anche dieci millimetri di variazione nella distanza tra il tuo corpo e la scrivania possono fare la differenza tra essere comoda e sentire una fastidiosa tensione ai muscoli delle cosce e della schiena. 
E se sei fermo tra gli altri sono i tuoi occhi che devono prendersi cura della tua gamba. Non saranno gli sconosciuti a fare attenzione a non venirti addosso, soprattutto quelli che sono immersi nei loro Mentre

Un osso rotto si aggiusta. Gli ci vuole il suo tempo. Ma si aggiusta. 
Anche la pelle screpolata intorno alla cicatrice si aggiusta. 
E quel gonfiore violaceo intorno al piede sparirà. E i muscoli della coscia, del ginocchio, del culo torneranno al loro posto. 

La cicatrice resterà. 

Ma se pensi a tutti questi Dopo si scatena la vertigine peggiore, quella del tempo. Del tempo che manca. E anche un po’ quella dello spazio. Del tuo spazio che ti manca. E del controllo sullo spazio che vuoi occupare nel mondo. 

E allora meglio tornare a concentrarsi sulla sequenza degli Adesso

Quegli Adesso che si fanno sentire. In tutta la loro potenza. 

E quindi quella grande rottura di coglioni che è capitata proprio a te non è una tragedia. Resta una grande rottura di coglioni. Ma assomiglia anche molto a quello che nello Zen si chiama Satori

Il satori è essenzialmente un’esperienza improvvisa, e spesso viene descritto come un capovolgimento della mente, proprio come improvvisamente ruota l’asse della bilancia quando mettiamo nel piatto un peso superiore a quello dell’altro piatto. 
ALAN WATTS, The Spirit of Zen

E quando tutto si ribalta è un buon momento per provare a mettere ordine o osservare i pezzi che si riallineano. Mentre tu puoi solo sentire. 

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