Lettera dopo un viaggio

Londra, 4 agosto 2014

Cara Virginia,

seguo il consiglio del direttore di Internazionale, che nel suo editoriale del numero dedicato ai viaggi ha scritto:

Bisognerebbe ricordarsi di scrivere una lettera a se stessi dopo ogni viaggio, per poi rileggerla prima di quello successivo.

E allora ti scrivo arrivata a Londra dopo sei mesi a Vancouver.

Virginia FiumeTi scrivo per ricordarmi che il senso dell’orientamento è istinto, buon senso e la fusione di tutti gli altri cinque sensi. Il senso dell’orientamento è quella capacità di resistere ai cambiamenti quel tanto che basta per non perdere la direzione fondamentale.

Dal dicembre del 2008 porto con me in ogni bagaglio a mano una bussola. Me l’ha regalata un amico prima di un viaggio importante, quello durante il quale più sono riuscita ad approssimare me stessa al mio ideale individuale. Ma questa volta la bussola sembra essersi smagnetizzata. E infatti giace ancora in fondo allo zaino.

Ti scrivo questa lettera mentre sono seduta in una camera di Londra. Victoria Park si abita degli animali notturni e la padrona di casa guarda un film con London Calling nella colonna sonora. Tra banalità e eternità.

Scrivo questa lettera e cerco di capire che cosa è cambiato dentro di me per farmi sentire questo senso di smarrimento. Una parte del mio cervello risponde con semplicità: “ricordatelo all’inizio di ogni viaggio quello che avevi afferrato così bene alla fine; i primi giorni sono difficili”. Non ce lo si ripete mai abbastanza. Bisogna essere pronti alla fatica.

E allora quella è la differenza tra un viaggio e una vacanza, tra trasferirsi in un posto e visitarlo. In vacanza non pensi al lavoro, non pensi a trovarti una casa che sia quella giusta. Non pensi troppo alle persone che incontrerai, sai che ne incontrerai e basta. E che se non dovesse succedere a un certo punto tornerai alla stabilità. Cambiata. Ma non travolta dai cambiamenti.

Un viaggio invece non ha necessariamente un biglietto di ritorno. Si può anche passare da un viaggio all’altro, decidendo ogni volta per quanto fermarsi un po’ più a lungo in un luogo. E ogni volta che cerchi una casa hai più chiaro in mente quello che odiavi di quella precedente, non ti scappano dalla mente gli errori che hai commesso. E allora diventi più esigente con te stessa e ti arrabbi quando non riesci a dare al cambiamento la forma che aveva quando era solo aspettativa.

Quindi, cara Virginia, non ti arrabbiare troppo se non riesci a controllare tutti i frammenti di vita. Ti sei messa in viaggio apposta perché non ti piaceva l’idea di una vita controllata e controllabile. Sin dalla prima volta. E adesso hai sulle spalle uno zaino con pezzi di Roma (3 mesi + 6 mesi), Milano (una vita + 1 anno + 2 anni), Beit Sahour (9 mesi), Londra (12 mesi), Palermo (6 mesi), Vancouver (6 mesi). 82 mesi non necessariamente nell’ordine in cui li scrivi in cui hai cambiato case, tavoli da pranzo e orizzonti.

Ogni luogo ha lasciato la sua lezione, la sua lettera non scritta. Roma, la capacità di stare da sola e farsi consolare dalla bellezza. Milano, il luogo in cui hai capito che le radici sono fondamentali, ma possono anche essere molto lontane dal corpo. La Palestina, la terra in cui hai capito che solo pensare con la propria testa rende liberi e aiuta a comprendere l'”altro”. Londra, la sua violenza e le sue vite. Palermo, il sapore del fascino e dell’istinto. Vancouver, dove hai capito che i luoghi non li fanno le classifiche o i criteri assoluti, ma la vita che riesci a metterci dentro.

Ora è tempo di svuotare le valigie. E rompere le righe di un nuovo quaderno degli appunti.

Tutta vita.

A presto, o forse a tra un po’, al prossimo viaggio,

 

Virginia 

5 Comments

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers: