La rivincita dei suoni

Negli ultimi due mesi sono stata a nella buffer zone tra la Cipro greca e la Cipro turca e nella Sarajevo del 1993 quando Susan Sontag metteva in scena Aspettando Godot. Con un pizzico di nostalgia ho deciso poi di fare un giro negli anni ’80, tra Correggio, Berlino, Londra, Milano e Rimini. In compagnia di Pier Vittorio Tondelli. Dopo aver visitato così tanti posti e incontrato così tante persone ho deciso di farmi una cultura e cercare di capire come vengono elaborate le classifiche sulla vivibilità delle città italiane.

Credete che tutto questo non sia possibile? Guardate un po’ qui. Anzi. Sentite qui.

L’importanza di chiamarsi cipriota – di Marina Lalovic

Un documentario che racconta le radici storiche e culturali della separazione geografica e politica di Cipro.

Fonte: I documentari di Radio3 (ascolta il documentario)

Still waiting for Godot in Sarajevo – di Allan Little

Nel 1993 la scrittrice e intellettuale statunitense Susan Sontag fu invitata a mettere in scena Aspettando Godot, mentre la guerra nella ex Jugoslavia era al suo apice. Il giornalista della BBC Allan Little in questo documentario recupera interviste e materiali registrati proprio in quei giorni. E usa la vicenda come pretesto per raccontare l’importanza della cultura nella Bosnia degli anni ’90 e nella Bosnia di oggi.

documetari audio bbc
Clicca l’immagine per sentire il documentario

Fonte: BBC 4 Podcast

Massimo Raffaeli racconta Pier Vittorio Tondelli

In questa produzione di Radio3 il critico letterario Massimo Raffaeli racconta lo scrittore emiliano Pier Vittorio Tondelli nell’anniversario della sua morte. Ne risulta un affresco dell’Italia (e dell’Europa) politica e culturale e musicale degli anni ’80.

Fonte: WikiRadio – Radio3 (ascolta il documentario)

Una questione di qualità – A cosa servono le classifiche sulle città – di Roberto Sassi

Il mio rapporto conflittuale con le classifiche sulla vivibilità è iniziato a Vancouver nel 2014. Proprio in virtù di questo interesse ho apprezzato il servizio radiofonico che il mio amico Roberto Sassi ha realizzato per Radio Radicale.


Fonte: Fai Notizia

E così, con quattro storie completamente diverse, sono entrata nel magico mondo dei podcast. Avevo finito il traffico dati per il mio smartphone e avevo voglia di avere qualcosa da ascoltare durante i tragitti in autobus che mi portavano al lavoro e ho premuto l’iconcina viola Apple. In tanti anni di ricerca e curiosità verso i media non mi ero mai soffermata più di tanto sugli strumenti legati alla trasmissione dei suoni e delle parole.

Fatte salve una reminiscenza e un tentativo. La prima riguarda qualcosa letto qualche anno fa riguardo a un articolo del 1932 in cui Bertold Brecht scriveva alcune pagine sulla radio come strumento di comunicazione (The Radio as an apparatus of communication) tra pari piuttosto che di distribuzione da mittente a destinatario. Il secondo è un esperimento di “radio blogging” lanciato alla fine del 2013 quando lessi un articolo che raccontava la rinascita dei podcast.

Ora questi due momenti mi sembrano due appunti presi a matita su qualche taccuino. E a queste note se ne aggiungono altre ogni giorno. Come l’articolo letto qualche settimana fa su Contently Are podcast the next big thing for content marketing? L’articolo racconta come nel 2014 quasi 39 milioni di statunitensi abbiano ascoltato podcast almeno una volta al mese. E, unendo i puntini tra una ricerca e l’altra, si legge che i podcast darebbero dipendenza (come dimostra il mio viaggio tra spazio e tempo di questi ultimi mesi): chi scarica i podcast li ascolta, in media, almeno per un’ora e 45 minuti al giorno.

E dov’è la connessione col content marketing? Beh, si legge nel post di Contently che il 54% delle persone che hanno ascoltato podcast ha acquistato prodotti menzionati nelle comunicazioni “sponsorizzate”. A parziale dimostrazione che il “fenomeno podcast” è quanto meno da tenere d’occhio anche in Italia, sia come potenziale strumento di marketing che semplicemente come forma di infotainment, anche alcuni articoli che mi sono capitati tra un post e l’altro sulla timeline di Facebook. Questo per esempio è carino: 10 Podcast per imparare o migliorare l’inglese.

Podcast terreno da esplorare, sia per la comunicazione e il marketing, sia per il piacere che stimolano in chi ascolta. Podcast ossessione che voglio provare a spiegare, almeno a me stessa: perché nel documentario di Allan Little Still waiting for Godot in Sarajevo mi ha intrigato il rimbombo dei passi del giornalista nel museo di Sarajevo? Perché la voce roca di Massimo Raffaeli che racconta la fine degli anni di piombo e le canzoni degli degli Smiths che fanno la colonna sonora di Rimini di Tondelli mi sono sembrati una potentissima macchina del tempo? Perché ho sentito la puzza di benzina del checkpoint di Nicosia con le macchine incolonnate mentre ascoltavo le parole e i suoni fermati da Marina Lalovic?

Una piccola parziale risposta a questi perché l’ho trovata in un libro che ho appena iniziato a leggere, Noise. A human history of sound & listening di David Hendy.
libri sulla storia dei suoni

Per sua stessa natura il suono è molto difficile da possedere o da controllare. La sua naturale tendenza è quella di muoversi liberamente nell’aria. Sebbene l’ingenuità umana sia tale da credere che il suono possa essere manipolato, il suono è troppo impalpabile e scivoloso per rimanere esclusivamente al servizio delle elite senza che, contemporaneamente, diventi anche disponibile per essere usato in modi creativi e sovversivi da parte degli sfruttati.

 

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