La creatività è reale se condivisa. Non importa dove

Il memo dell’amministratrice delegata di Yahoo Marissa Meyer ha sparigliato le carte. Ci stavamo ormai tutti abituando al concetto di telelavoro. E invece l’acclamata donna di vertice ha dichiarato che la produttività migliora se ci si trova tutti nello stesso ufficio.

Strano che l’affermazione provenga proprio da una donna. Credo che le donne siano tra le maggiori beneficiarie del “lavoro da casa”: questo viene considerato una proposta per sostenere la conciliazione tra vita professionale e impegni familiari per le donne. Nel 2011 il Ministro del Lavoro Sacconi approvò addirittura delle linee guida sulla conciliazione che includevano incentivi a questo strumento.

Un altro elemento che incuriosisce è il fatto che il non obbligo di recarsi in ufficio sia una delle caratteristiche del modo di lavorare nord americano, soprattutto negli ambienti digital-creativi. Lo racconta il giornalista Farhad Manjoo, in un articolo pubblicato in italiano su Internazionale. Il titolo la dice lunga sulla mentalità: “A casa si lavora meglio“.

I commenti alla “rivoluzione” della Mayer hanno fatto fatica a emergere nell’overload informativo/d’opinione di questi giorni di turbine politico qui in Italia. Ma sono abbastanza per farmi riflettere sulla complessità. Lavorare da casa o da un ufficio alternativo funziona, ma pone delle complicazioni: varie forme di nevrosi, scambi di email che si possono trasformare in inutili battibecchi, senso di solitudine. Ma un lavoro sviluppato da sedi diversi, con competenze diverse, se ben orchestrato, può generare forme di creatività che non hanno nulla da invidiare a quelle che nascono tra persone che siedono nello stesso open space. Un esempio è la performance artistica online che i miei colleghi di Perypezye Urbane si sono inventati con il progetto Dance Me.
Tuffo bianco e neroInsomma. Come spesso accade non c’è una risposta giusta e una risposta sbagliata. Ma, come mi è accaduto altre volte, trovo una risposta possibile in un libro sugli hacker:

Il ritmo della creatività

E’ innegabile il fatto che oggigiorno i manager si concentrino ancora troppo sui fattori esterni al lavoro, come il tempo e il luogo in cui si trova il lavoratore, invece di esortare a quella creatività da cui dipende il successo di un’azienda nell’economia di un’informazione. La maggior parte dei dirigenti non ha capito le profonde conseguenze della seguente domanda: Il nostro scopo sul lavoro è quello di “passare il tempo” o di fare qualcosa? […] L’etica hacker ci ricorda anche – data la riduzione del valore individuale e della libertà che si verifica in nome del “lavoro” – che la nostra vita è qui e ora. Il lavoro è una parte della nostra vita in continuo divenire, nella quale ci deve essere spazio anche per altre passioni. Innovare le forme di lavoro è una questione di rispetto non soltanto nei confronti dei lavoratori ma anche per gli esseri umani in quanto tali. Gli hacker non fanno proprio l’adagio “il tempo è denaro”, ma piuttosto “la vita è mia”. E certamente adesso questa è la nostra vita, che dobbiamo vivere pienamente, non una versione “beta” ridotta. (Pekka Himanen, L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione, Feltrinelli, 2007)

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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