Io preferisco “generazione hacker”

Sono giorni che ci penso, a come descrivere la rabbia che provo nei confronti di quelli che mi hanno preceduta nel tempo. Faccio parte di una generazione che qualcuno ha definito “generazione bim bum bam”. Bella trasmissione Bim Bum Bam, per carità- a maggior ragione ora che il pomeriggio Mediaset è dominato da Maria De Filippi– ma essere chiamati col nome di un programma di cartoni animati quando nel passato ci sono state cosine come la beat generation non mi riempie esattamente di orgoglio.

Sono giorni che penso a come esprimere il disagio e la sofferenza di aver finalmente capito cos’è il precariato, cosa significa avere un lavoro che da un giorno con l’altro può sparire, di vivere in un contesto dove si ha quasi paura di mandare un curriculum. Mi ritrovo imbambolata a pensare a quanta gente della mia età ha già voglia di ritirarsi fuori da questo mondo per vivere in un altro modo, a quanta gente depressa o in perenne stato d’ansia conosco.

E poi, cercando le parole, ne ho trovate alcune in un libro, come spesso mi accade. Giovanni Ziccardi, avvocato e docente di informatica forense e investigazioni digitali alla Statale di Milano, ha scritto un saggio che sembra un romanzo: Hacker. Il richiamo della libertà.

In un passaggio Ziccardi cita alcuni estratti di una lettera scritta da un giovane hacker americano, che si faceva chiamare The Mentor, nel 1986 sulla rivista Phrack!:

“Dannato ragazzino. Sta di nuovo attaccato alla linea telefonica. Sono tutti uguali”. Ci puoi scommettere che siamo tutti uguali. Siamo stati nutriti con cibo da bambini a scuola quando volevamo una bistecca; i pezzi di carne che ci avete dato erano già masticati, e senza gusto; siamo stati dominati da sadici, ignoranti, indifferenti. I pochi che avevano qualcosa da insegnarci ci hanno riconosciuti come allievi volonterosi, ma erano gocce d’acqua in un deserto.

[…]

Noi esploriamo…e ci chiamate criminali. Noi esistiamo senza discriminazioni per alcun colore della pelle, senza far caso alla nazionalità, senza credenze religiose, e ci chiamate criminali. Voi costruite le bombe atomiche, voi finanziate le guerre, uccidete, ingannate e ci mentite, e cercate di farci credere che è per il nostro bene, e noi siamo i criminali. Sì, sono un criminale. Il mio crimine è quello della curiosità. Il mio crimine è quello di giudicare le persone per quello che dicono e pensano, e non per come appaiono. Il mio crimine è quello di essere più intelligente di te, una cosa che non mi perdonerai mai. Io sono un hacker, e questo è il mio manifesto. Puoi fermare tutto questo individualmente, ma non puoi fermarci tutti. Del resto, siamo tutti uguali”.

Giovanni Ziccardi
Hacker. Il richiamo della libertà
2011, Marsilio Editori

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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