La conoscenza al tempo degli algoritmi e dei tag

Nel 2007, quando scrivevo la tesi sui blog letterari e su Nazione Indiana, un libro accompagnava tutta la biografia: Blog Generation, di Giuseppe Granieri. Era uscito nel 2005 e illustrava chiaramente e semplicemente i meccanismi di funzionamento della blogosfera, quando ancora a parlarne erano pochissimi, quando ancora l’impatto sociale e relazionale del web era un argomento di nicchia. Semplicemente perché il fenomeno facebook non aveva reso internet un mezzo di comunicazione di quasi- massa.

Non ho più seguito la produzione di Granieri, ma ho ritrovato il suo nome e i suoi ragionamenti oggi in una condivisione su facebook. A volte nel magma informe delle foto delle città innevate (o del fenomeno del momento, dalla Costa Concordia al cambio di Governo di turno) ancora si riescono a scoprire contenuti interessanti. L’articolo era tratto dal sito de La Stampa, “La cultura degli algoritmi”. E’ scritto in maniera semplice e vale la pena leggerlo tutto anche per cogliere i riferimenti bibliografici, ma in sintesi racconta come si è sviluppato internet in questi ultimi anni, per esempio quali sono i meccanismi alla base delle segnalazioni che riceviamo quando navighiamo siti tipo Amazon o Ibs: sul genere “se leggi questo, forse ti interessa anche quest’altro”. Si chiama matching.

Leggendo l’articolo mi sembra di capire che Granieri analizza la questione degli algoritmi e del matching come elemento caratterizzante l’organizzazione della cultura alla luce delle ultime tecnologie. Vero, ma non bisogna dimenticare che gli algoritmi determinano anche l’utilizzo della pubblicità: le parole chiave e i tag sono un elemento tra altri su cui si sviluppano campagne pubblicitarie, mirate e targettizzate. Del ruolo degli algoritmi avevo già parlato in un articolo su Saturno, che poi avevo ripubblicato sul mio vecchio blog, in cui analizzavo le “biblioteche online” di Anobii e Goodreads.

Secondo me l’uso degli algoritmi, il continuo sviluppo delle strategie web a partire dal SEO (Search Engine Optimization) basati su parole chiave cambiano non solo il modo di organizzare la cultura, ma anche il modo di apprendere nuove informazioni. Sarebbe interessante studiare il modo di pensare di persone che, per esempio, utilizzano molto twitter o lavorano come social media manager o web strategist: sono convinta che a furia di pensare in frasi da 140 caratteri o di cercare forme di viralizzazione dei contenuti anche il modo di ragionare cambi.

Forse questa è la nuova frontiera dello studio dei così detti new media. Studiare, per arrivare a proteggersi da messaggi non richiesti, e per usare la cultura e la comunicazione senza farsi utilizzare.

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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