Input-output

E’ da quasi due settimane che non scrivo sul blog. E non so nemmeno calcolare da quanto tempo non scrivo quello che qualcuno definirebbe “qualcosa di personale”.

E’ come se la mia vita fosse concentrata tutta al di fuori di questo editor di testo. E anche quando produco parole, sostanzialmente per lavoro, sono storie attaccate alla realtà, testi che raccontano quello che qualcuno ha fatto, ha detto, ha scritto.

Genio di Palermo, Piazza Rivoluzione

Leggo tanto, ma in maniera disorganizzata. Cerco informazioni per articoli, o annaspo in maniera più o meno organica tra spunti di riflessione.

Uno dei pochissimi libri che ho letto dall’inizio alla fine è stato Ezagreb, di Arturo Robertazzi. Ne avevo parlato in termini analitici, per raccontare il rapporto tra scrittori e ebook. Ma volevo leggere e navigare un romanzo arricchito. E’ stata un’esperienza stimolante. Entrare in una storia, intensa, di una guerra universale, dove i confini tra il “noi” e il “loro” si fondono e si confondono. E potersi ritagliare delle finestre per unire la storia, la trama, alla realtà. Gli archivi del Corriere della Sera o della Repubblica, le sentenze del Tribunale dell’Aja, tutto a ricordare come lo scrittore quando inventa una storia non può che pescare dal reale e poi ri-assemblare.

E nel “romanzo digitale” l’intreccio della trama del reale e della trama di fantasia è evidente e palpabile. Nella mia personale esperienza con il mio primo ebook mi è sembrato di ricorrere ai link nei momenti in cui la vicenda dei personaggi diventava troppo intensa. Ma è una sensazione su cui non mi sono voluta soffermare troppo. Voglio lasciar vivere i personaggi nella mia memoria.

Sto ragionando molto su quello che vorrei scrivere ora. Sto cercando la spinta ispirazionale, consapevole del fatto che non esiste solo l’ispirazione, ma anche la disciplina. Cerco una risposta.

E vado avanti con le mie letture disorganizzate e eterogenee. Tornando in macchina da una cena, un amico scrittore e giornalista mi raccontava del suo libro, che dovrebbe uscire a settembre. Un ibrido tra cronaca giudiziaria e letteratura che non vedo l’ora di leggere. E mentre Milano scorreva con il suo alternarsi di deserti da semafori rossi e piccole folle assembrate davanti ai locali, ho ammirato il mio amico ex collega, mentre diceva “Non importa se l’editore non ha una grande distribuzione, mi basta che il libro esista, lì da qualche parte”.

E, sempre ieri sera prima di addormentarmi leggevo Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta (Minimum Fax, 2011). E lì, nel racconto di sé che l’autore di quell’Infinite Jest che, nonostante i consigli, non ho ancora avuto il coraggio di affrontare, ho trovato il pungolo creativo che stavo cercando. Ci vorrà tempo prima che diventi realtà. Ma vale la pena di appuntarlo.

C’è una serie di magie che la letteratura può compiere per noi. Ce ne saranno tredici diverse, e non so neanche di quante di queste si può davvero parlare. Ma una ha a che fare con la sensazione di…la sensazione di cogliere, di cogliere l’effetto che ha su di noi il mondo circostante in una maniera in cui al lettore viene da dire “Allora un’altra sensibilità come la mia esiste“. Qualcos’altro dà questa sensazione a qualcun’altra. E così il lettore si sente meno solo.

[…]

E il motivo per cui mi fa rabbia che tanto spesso facciano cacare (DFW si riferisce alle opere di “letteratura sperimentale, ndr), è che ignorino il lettore, è proprio che le ritengo tanto, tanto, tanto preziose. Perché sono quelle che parlano di che effetto fa stare al mondo. Invece di offrire un sollievo dall’effetto che fa stare al mondo.

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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