Il DJ Fabo dentro di me – Scegliere di essere a Roma il 19 settembre

Makkox per Dj Fabo –il video 


È stata l’estate più bella della mia vita. Che è seguita alla primavera più bella della mia vita. 

Non avrei mai pensato potesse accadere. 

Come fai a pensare che possa aspettarti the time of your life proprio quando tutte le certezze degli ultimi 8 anni sembrano essersi ribaltate? 

Hai visto i film. Film dove ci sono il dolore, i fazzoletti smocciolati, le commedie melodrammatiche, le lacrime con le amiche. Sono i film, sono le canzoni, è la struttura del ciclo del dolore che viene sistematizzata dalla produzione culturale, dai film di Hollywood a farti pensare che ci sia solo un modo per vivere i momenti difficili. 

Ma qui non è Hollywood. E forse è meglio cosí. 

La mia estate è scivolata tra Roma e Palermo, tra litri di vino e sorrisi e tramonti e amore. Roma e Palermo, le mie due città dell’anima. O due delle mie citttá dell’anima. Perchè come dice la mia amica Valentina alla fine io mi innamoro di tutte le cittá. 

Ma Palermo e Roma hanno qualcosa in comune. Vicoli stretti e grandi piazze. Terrazze e orizzonti. 

E se da un vicolo stretto finisci in una grande piazza, e se il tuo cuore è stato progettato e plasmato per essere in grado di far entrare la luce della fine del giorno, beh se sai fare tutto questo, in queste città non puoi che fermarti a guardare la luce che si appoggia sui palazzi. E poi alzare lo sguardo un po’ più su, un po’ più in alto verso il cielo blu. E guardare se ci sono delle nuvole che corrono o se è uno di quei giorni in cui terso blu diventano sinonimi. 

Vivo alla ricerca di questi istanti. La primavera e l’estate più belle della mia vita sono state una dolce e continua maratona alla ricerca di questi momenti. 

Ho calcolato di avere percorso circa 480 km a piedi solo negli ultimi due mesi a Bruxelles. A cui si aggiungono quelli percorsi a Londra. 

Ho camminato, camminato, camminato, camminato. Mi sono consumata le scarpe. 

Ho camminato guardando il cielo. Mi sono fermata in qualche parco, su qualche panchina, a fumare una sigaretta. A leggere un libro. 

A parlare e ridere e piangere con persone speciali sperando che la connessione 4G non interrompesse quello scambio di voce e cuore. 

Mi sono sdraiata sull’erba, a piedi nudi. Per leggere un libro, per sperare nel cielo, per sentire la pelle aperta e l’energia scorrere dalla punta dei piedi al centro del cervello, passando per il cuore. E ho capito che nella gioia e nel dolore il cuore non fa mai male quando è aperto. 

Ho bevuto litri di vino. Riso. Amato persone. Sognato una nuova strada, iniziato a percorrerla. 

Ma soprattutto ho camminato e guardato, camminato e osservato, camminato e pianto, camminato e cantato. E ogni passo era un pezzo di vita. E una botta di energia. Una droga potentissima. 

E ho ascoltato musica. Tanta musica. Tutta la musica possibile. Ci sono stati giorni in cui non riuscivo nemmeno a fare il gesto di togliermi le cuffie. 

Perchè mi soffermo cosi tanto sulla luce, sul blu del cielo, sul verde dei prati, sulla strada che entra nei piedi e sale fino agli occhi, fino a quando si alza lo sguardo e ci si perde nel cielo magari sfiorando la mano dell’essere umano accanto a te? 

Perché la mia più grande paura è quella di morire. Di non poter più vivere, di non poter più sentire. 

Ma c’è una paura ancora più grande. È la paura di non poter più camminare, di non poter più guardare, di non poter più ridere e non poter più piangere. 

Qualche sera fa cenavamo sulla terrazza di Leonardo.

Cenavamo e bevevamo e ridevamo e parlavamo di politica e di vita.

Io ho questo problema: non riesco a stare seduta per tanti minuti di fila. Mi devo alzare. Mi devo affacciare alla terrazza, guardare cosa succede nella strada là sotto. Devo spingere lo sguardo oltre il pezzo di orizzonte urbano a disposizione in quel momento. Devo guardare il cielo e la luna. Oppure devo guardare la nostra tavolata, i nostri volti, i nostri sorrisi o le rughe di dubbio sulle nostre fronti. Devo guardare tutto cambiando il punto di vista. Devo muovermi, ruotare, pensare. 

Cosa succederebbe se non mi potessi più muovere?

Che forma prenderebbe la mia energia? 

Tra le scoperte dell’estate, o meglio tra le riscoperte, ci sono le coincidenze non casuali di Jung. La sincronicitá. Quei fatti che la maggior parte delle persone considerano coincidenze ma che coincidenze non sono, ma segnali che vanno saputi cogliere, incanalare, che vanno riempiti di significato. 

Non racconterò la serie di coincidenze non casuali di questa primavera e di questa estate. Mi perderei. Svelerei il segreto della bellezza che sento nel cuore. 

Ma questa è stata la stagione dell’energia.

E non è una coincidenza che proprio in questa stagione, il 19 settembre, ci sarà a Roma la grande manifestazione nazionale per l’eutanasia legale Liberi fino alla fine

Un ultimo tentativo di Marco Cappato, dell’Associazione Luca Coscioni, per chiedere al Parlamento di legiferare sull’eutanasia. Un ultimo tentativo, a sei giorni dalla scadenza della ordinanza della Corte Costituzionale emessa in relazione al processo a Marco Cappato, per la sua azione di disobbedienza civile con cui ha aiutato DJ Fabo a raggiungere la Svizzera per mettere fine alla sua vita in maniera dignitosa. 

Discutere una legge di iniziativa popolare per cui sono state raccolte decine e decine e decine di migliaia di firme e che si dovesse tornare a elezioni decadrebbe. 

Ma poi, mi domando, non ci fosse la scadenza suggerita dalla Corte Costituzionale al Parlamento, non ci fosse il rischio del decadimento della legge di iniziativa popolare, non dovremmo comunque essere in piazza per questa manifestazione del 19 settembre?

Non dovremmo ascoltare le parole della mamma di DJ Fabo, della sua fidanzata Valeria, di Marco Cappato, di Mina Welby?

Non dovremmo ascoltare della buona musica insieme, e magari ballare ballare ballare? Ballare e parlare, e muoverci e guardare tutti insieme il cielo sopra ai Giardini intitolati a Piergiorgio Welby, a Roma, in Piazza San Giovanni Bosco. 

Piergiorgio Welby e DJ Fabo. 

Già, DJ Fabo, 

DJ Fabo che ha detto:

“Io credo nell’universo, nelle particelle, infatti quando morirò andrò a far parte di un milione di miliardi di particelle che compongono l’universo e mi trasformerò in energia cosmica.” 

Eccola qui la coincidenza. L’energia.

L’energia cosmica che è entrata prepotente nelle vite degli italiani. L’energia cosmica delle sue foto al tramonto, dei suoi sorrisi, degli occhiali da sole, delle linguacce, della consolle da DJ. Oppure l’energia potente di DJ Fabo a letto, che in un video faticosissimo racconta la tortura di non potersi grattare nemmeno la testa. 

DJ Fabo sulle strade di Goa o nel suo letto, DJ Fabo con lo sguardo vivo e ironico o DJ Fabo con lo sguardo fisso nel vuoto, tetraplegico e non vedente?

DJ Fabo da qualunque parte io provi a guardarlo mi spacca il cuore. 

E non per altruismo. Non per compassione. Forse nemmeno per empatia. 

Ma solo puramente unicamente perché c’è un Fabo in tanti di noi. Ma c’è pure un Cappato in tanti di noi. 

C’è l’energia della vita che si vuole libera e potente. Piena di scelte. Giuste, sbagliate, ma scelte. Libere. 

C’è un Fabo in me quando rido, quando cammino, quando guardo il cielo. Quando viaggio. Quando scelgo sogni arroganti. Quando faccio quello che amo. 

E c’è un Cappato che ci prova, che si concentra, che lotta, insieme alle tante persone che negli anni hanno fatto pezzi di questa lotta. 

Mi ricordo il 20 dicembre 2006.

Andai alla mia prima manifestazione radicale. Era la notte in cui moriva Piergiorgio Welby, un’altra disobbedienza civile. Ce ne stavamo con le fiaccole in Piazza San Babila. Pochi ma non pochissimi. Raccoglievamo le firme per una indagine conoscitiva sull’eutanasia legale. Le persone non sapevano neanche che cosa volesse bene dire questa parola eutanasia. Poche settimane dopo, il 18 gennaio, andai a Lecco con gli altri Radicali dell’Associazione Enzo Tortora – Radicali Milano. 

Anche lí, pochi ma non pochissimi, camminavamo al fianco di Beppino Englaro. Il padre di Eluana Englaro. Eluana.

Anche lei che sentivo come pezzo di me. Il pezzo che mi terrorizza di più. Il pezzo della libertà bloccata.

Eluana intrappolata in stato vegetativo permanente. Ci vollero anni prima che si potesse procedere con l’interruzione delle cure. 

Tante storie. 

Io non lo so spiegare razionalmente, ma penso che il 19 settembre essere a Roma sia la cosa piú giusta da fare. 

Non ci sono altre opzioni che essere in tanti, tutti insieme, unire le nostre energie, provare a dire che in un mondo di benaltrismo, in un’Italia confusa dalla velocitá e dalla reattivitá del dichiarazionismo da social network, questa battaglia lenta, di persone costrette alla lentezza, anche quella più estrema, è quella per cui è arrivato il giorno di essere tutti insieme. 

Basta poco. Siamo a un passo. E solo le nostre energie connesse possono funzionare. 

Non è la lotta di Cappato, non è la lotta di Welby, non è la lotta di Eluana Englaro o Dominique Velati. Non è nemmeno la lotta di DJ Fabo. 

È la lotta dell’energia che queste persone hanno liberato dentro di noi. E che abbiamo il dovere di canalizzare. Non fosse altro per le lacrime e le grandi riflessioni che ci hanno fatto fare. 

È la lotta per una politica che sia umana. Che ci dia la possibilitá di scegliere. 

Che poi anche quando si cammina o si guarda il cielo o si sceglie la prossima canzone da ascoltare, alla fine, è tutta questione di scelte. 

E quindi questa volta, il 19 settembre, si tratta davvero di scegliere di esserci. 

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