I nostri pazzi sogni sui campi di pallone

 In prima media ho imparato che quando stai in porta e la palla arriva dritta verso di te è meglio chiudere il pugno e spingere la palla lontana. Che se pensi di fermare un pallone con la mano aperta ti rompi il polso e finisci al Gaetano Pini. 

A 25 anni in Palestina ho scoperto che con un gran sorriso e un po’ di fiato nei polmoni potevo ancora imbucarmi in una partita di calcetto con i ragazzi, palestinesi e internazionali, e divertirci tutti – tanto quanto. Stando solo attenta a saltare la gamba dell’avversario per non spaccarmi le ginocchia in un contrasto in cui evidentemente mi farei male, molto male. 

Questi ricordi non sbiadiscono nemmeno ora che ho 36 e ho fumato troppe sigarette per provare anche solo a pensare di correre dietro alla palla. 

E non so quanto tempo è passato da quando ho visto una partita di calcio in tv. A parte i Mondiali maschili nei pub di Londra l’estate scorsa. 

Ma quando oggi ho visto apparire nel mio newsfeed di Facebook tutti i post sul 2 a 1 della nazionale italiana ai Mondiali di calcio femminile non ho resistito.

Mi sono guardata le sintesi video della partita contro l’Australia, le interviste del dopo partita a Barbara Bonansea, autrice della doppietta. E quando il giornalista francese di FifaTV le chiede se ha un messaggio per le ragazze che guardano da casa non sono riuscita a trattenere una mini-lacrima. Mista di nostalgia e orgoglio. 

Intervista a Barbara Bonansea dopo Australia – Italia – 9 giugno 2019

Giocate, giocate, giocate a qualsiasi sport. Perché lo sport vi rende libere. 

In quella libertà ci siamo io e mia sorella che giochiamo a oltranza nel campo da calcio sotto casa della nonna. Provando anche a fare la catapulta infernale dei gemelli Derrick di Olly e Benji. C’è la polvere del campo da calcio in terra a scuola. Quello del famoso polso rotto ma anche delle partite con alcuni di quelli che sarebbero stati tra i miei migliori amici. C’è lo sguardo dei ragazzini in spiaggia che non subito credevano che mia sorella avrebbe saputo palleggiare come loro, meglio di loro. 

Non dimenticherò mai di avere imparato il significato della frase “vedere l’espressione cambiargli sul volto” osservando gruppi di ragazzini stupefarsi nel vedere lei giocare. O pure me, seppur meno, molto meno dotata. 

E pure quando alle elementari o alle medie si faceva l’intervallo separati tra maschi e femmine, mi sembra di sentire ancora sulla pelle le partite interminabili tra le 3 o 4 di noi che non rinunciavano mai al pallone. Con tanto di telecronaca. 

E giocare, giocare, giocare sempre – con chiunque la strada o la spiaggia ti stia mettendo davanti. Perchè alla fine quel giocare diventa un po’ un modo di stare al mondo. Bastano un sorriso, la sicurezza nei tuoi piedi e in quello che sai fare, e nessuno avrà mai davvero il coraggio di dirti che “no, tu non puoi giocare”.

E se ti dicono che sei pazza, che tu non puoi giocare, beh, tu inizia a palleggiare. Che ai Mondiali ci arriviamo con quelli che si sudano la pazzia al nostro fianco. 



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