Umanitá in dettagli: sentirsi vivi

In un periodo in cui tutto sembra allineato in modo da mettere una tristezza infinita, ecco tre immagini che mi hanno fatto sentire meglio: “humanity is in the details”.

ricerca di umanitáDiciamocelo: non è il 2016 a essere l’anno in cui l’umanitá sta andando a rotoli. Semplicemente in questo anno stanno confluendo una serie di concatenazioni che affondano le radici nei mesi, negli anni, nei decenni precedenti. Per capirci: quello che è diventato il risultato del referendum del Brexit era stato uno dei motori della campagna elettorale di David Cameron alle General Elections del 2015. David Bowie, morto a gennaio di quest’anno era malato da tempo. Cosí come Marco Pannella. L’attentato di Bruxelles fa parte di un meccanismo di guerra ben più ampio e radicato. Cosí come la cosiddetta “crisi dei migranti”. E sí, sto svergognatamente mettendo insieme la morte di David Bowie con i morti nel Mediterraneo. Se avrete la pazienza di leggere fino in fondo forse concorderete con me. O forse no.

Come mi pongo io di fronte a tutti questi momenti di senso di mancanza di l’umanitá? Lo confesso. Alterno momenti di inaspettata indifferenza a istanti in cui vorrei solo prendermi la testa tra le mani e urlare che non ce la faccio, che non capisco più niente e che vorrei addormentarmi e svegliarmi su un’isola. Che poi io un anno fa stessi vivendo su un’isola dell’Atlantico e che questo non facesse molta differenza nell’incomprensione del mondo, beh, questa è un’altra storia.

E allora mi sono auto-analizzata. E ho notato che ultimamente tra i contenuti condivisi su Facebook o su Twitter ho dato vita a un mio piccolo filone battezzato “Humanity is in the details”. Si dice che il diavolo sia nei dettagli, ma sono sempre più convinta che nel pezzo di mondo che vedo io sia l’umanitá che debba essere ricercata nelle pieghe della realtá.

Quando facevo politica alcuni mi dicevano che ero “buonista”. Tutto sommato l’attributo non mi ha mai offesa troppo. Secondo il dizionario Garzanti buonista deriva da “buono” e significa:

atteggiamento che, nei rapporti politici, di lavoro, familiari, viene considerato troppo incline alla comprensione e alla collaborazione da chi preferirebbe un comportamento più duro e aggressivo

È anche probabile che 13 anni di scoutismo non abbiano aiutato. Una delle massime di Baden Powell è che bisogna sempre cercare il 5% di buono in tutti. Provate voi a vivere cosí. Un’ansia stare sempre lí a cercare la bontá, a farsi attaccare bottone dai pazzi per poi rendersi conto di essere i pazzi.

Tutto il buonismo del mondo però in questi mesi ha vacillato. La distanza con cinismo e nichilismo sembra ridursi ogni giorno un pochino di più.

È facile scrivere un blog in cui si cerca di parlare di media, giornalismo e un pizzico di politica e ritrovarsi ad avere un calendario editoriale da un post al giorno in cui si isola un po’ di orrore e si cerca di analizzarlo. Ma oggi ho deciso di concentrarmi sfacciatamente verso il bello, anche quando è brutto. Queste che trovate qui sotto sono tre cose che mi hanno fatta piangere, sorridere, fermare e ripetermi quello che era il motto di Vittorio Arrigoni, Stay Human. Umanitá a profusione.

Il giorno dello spoglio dei voti del referendum inglese è stato molto triste per me. Perchè mi è sembrata la fine del progetto europeo e del mio sogno londinese. Ma soprattutto, egoisticamente, perchè mi sono ritrovata a pensare che, per la prima volta nella storia di cui sono consapevole, i rifiutati siamo noi. “Noi” bianchi, noi europei, noi “cattolici”. Noi che di solito dividiamo il mondo con “loro”. Quelli neri, quelli che attraversano il Mediterraneo con le barche, quelli che non hanno speranza. E hai voglia a essere solidale, a studiare, a firmare petizioni, a criticare i ‘Razzisti’ quando sei comoda con la tua carta di credito che ti fa scegliere il biglietto aereo per il prossimo trasferimento. Dove l’unico limite è determinato dallo scegliere di andare a vivere in un paese dove serve il visto. Insomma. Ero triste. Ma questa foto mi ha fatto pensare che, a dispetto delle maggioranze che ascoltano la voce del politico più ipocrita di turno, ci sono anche angoli di calore.

Tra le lacrime del 2016 ci sonos state quelle per l’omicidio di Jo Cox. Non sapevo nemmeno chi fosse fino a quando non l’hanno ammazzata. Ma ho pianto, pianto, pianto. Come un’adolescente che si domanda “Ma perchè a morire devono essere sempre i buoni?”. Ma non ho iniziato a piangere sul suo discorso di insediamento alla House of Commons, dove tutti l’abbiamo risentita pronunciare la celebre frase: “Sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono”. Sono esplosa in lacrime per questo pezzo del mio amico Gianluca su Mashable, in cui raccontava l’addio a Jo Cox della comunitá degli abitanti delle Houseboat a Londra. Pieghe umane della realtá.

Ultimo dettaglio di umanitá: questo video lanciato dalla pagina Facebook del Sindaco di Londra. Un po’ di sollievo. Per quello che serve e per quello che vale.

Certo, non sono video di gattini o veri e propri svaghi. Ma sono immagini che mi hanno fatto sentire viva. Umana.

Sono il mio promemoria a ricordarmi di provare sempre a mettere in pratica quella meravigliosa frase di Calvino che imparai – citata da un’amica – proprio a Londra. E forse non sará un caso che tutti questi tre momenti di umanitá me li sia andata a cercare nel Regno Unito.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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