Il jūjitsu e il giornalismo da 1 milione di euro

Come le riflessioni sul giornalismo dopo il risultato delle elezioni americane mi hanno messo straordinariamente di buon umore. Alla scoperta di DeCorrespondent, dal crowdfunding a un nuovo modo di inserire i link. 

La sparo grossa. La settimana dopo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America è stata la settimana più bella della storia del giornalismo. O sicuramente una delle più belle nella mia relazione con l’analisi dei media.

C’è stata una finestra temporale in cui analisti, giornalisti, opinionisti si sono fermati a riflettere sul proprio ruolo nel giornalismo, sul ruolo del giornalismo e sul modo di fare giornalismo. Sará che parte della mia formazione è stata quella dell’antropologia dei media, disciplina per cui la consapevolezza del proprio punto di osservazione è fondamentale. Mi è sembrato che ci fosse un numero maggiore di antropologi dei media in azione rispetto al solito.

Le più interessanti analisi sul giornalismo dopo le elezioni USA del 2016

Quella che segue è una selezione delle migliori letture sull argomento “Trump” e “Ruolo del giornalismo” che mi sia capitato di leggere. E si tratta di una selezione minima. Volutamente concentrata sugli aspetti che interessano più a me. Parziale. Su un tema, quello della relazione tra giornalismo e potere, tra giornalismo e verifica delle fonti, tra giornalismo e shock, che è molto complessa e include temi come la pubblicitá, le condizioni di lavoro, i criteri della concorrenza, gli investimenti nel giornalismo investigativo. l’uso dei canali social, il rapporto con i sondaggi, eccetera eccetera.

Frederic Filloux (Medium – The Monday Note)
La Svolta nei modelli di business ha giocato un ruolo chiave nella vittoria di Trump.

frederic filloux giornalismo
Frédéric Filloux, International Fellow al John S. Knight Journalism Fellowships di Stanford

The Trump obsession is glaring. By any measurement, most stories about the Republican candidate were negative. But that element carried no consequences. In the post-fact society that is now ours, accuracy doesn’t weigh much. Only noise matters.

L’ossessione Trump è lampante. Secondo ogni misurazione, la maggior parte delle storie riguardo al candidato Repubblicano erano negative. Ma l’elemento “negativitá” non ha avuto nessuna consequenza. Nella societá post-fattuale in cui ci troviamo, l’accuratezza non ha alcun peso. Conta solo il rumore.

Alberto Puliafito (Wolf – Numero 124)
“Cosa si è rotto? 

giornalismo in italia
Alberto Puliafito, direttore di Blog e di Slow News.

Cos’è successo? È successo che il giornalismo si è rinchiuso nelle redazioni e negli uffici, ha smesso di consumarsi le suole delle scarpe, si è affidato presuntuosamente ai numeri – anch’io l’ho fatto – che non sono più rappresentativi della realtà e ha pensato più a confermare i propri modelli – peccando di hybris – e a far giocare i propri lettori che mettersi a verificare le proprie tesi.

Jeff Jarvis (sul suo canale Medium)
Un’autopsia del giornalismo

Jeff Jarvis sul giornalismo dopo le elezioni usa
Jeff Jarvis, giornalista, docente universitario, autore.

Journalism has failed to listen to, understand, empathize with, and serve many communities — it sees only the mass. I include in that indictment its failure to reflect, respect, and then inform the worldview of the angry, white men — and women — who became the breeding ground for Trumpism.
In the end, journalism lost sight of its simple, vital reason to exist: to inform the public.

Il giornalismo ha fallito nell’ascoltare, comprendere, provare empatia e servire diverse comunitá – vede solo la massa. E includo in questa accusa il suo fallimento nel riflettere, rispettare e conseguentemente informare la visione del mondo degli affamati uomini – e donne – bianchi – che sono diventati il terreno fertile del trumpismo. Alla fine il giornalismo ha perso di vista la sua più semplice e vitale ragione d’esstere: informare il pubblico.

L’ultima citazione sulle letture post-elettorali che voglio archiviare qui sul blog è un po’ diversa dalle altre. Il taglio non è quello di un’analisi autoptica del giornalismo, ma una sintesi di quello che ci possono insegnare queste ultime vicende elettorali e mediatiche che hanno avuto l’epicentro negli Stati Uniti, ma cause, ripercussioni e radici in tutto il mondo.

Rob Wijnberg
La lezione di Trump. È tempo di fare attenzione alle reciproche realtà.

giornalismo in olanda
Rob Wijnberg, giornalista olandese e co-fondatore di DeCorrespondent.

Politics, the polls, the media, the elites, the masses – just about everyone who’s used these terms since November 9 has done so to mean everyone but themselves. But politics, the polls, the media, the elites, the masses – they’re us. This is our reality, too. So the question we should be asking isn’t what went wrong or who’s to blame, but what role we ourselves play in political reality – and what we can do to push it in the direction we want.

La politica, i sondaggi, i media, le elite, le masse – chiunque abbia usato uno di questi termini a partire dal 9 novembre lo ha fatto intendendo chiunque tranne se stesso. Ma la politica, i sondaggi, i media, le elite, le masse – siamo noi. Questa è anche la nostra realtá. Quindi la domanda che ci dobbiamo fare non è cosa sia andato storto o chi dobbiamo incolpare, ma quale ruolo giochiamo noi nella realtá politica e cosa possiamo fare per spingere nella direzione che vogliamo.

Giornalismo come strumento di cambiamento sociale

Le citazioni precedenti sono in parte l’ossatura di alcuni ragionamenti secondo me necessari, ma non sufficienti, a capire quale deve essere il ruolo del giornalismo e cosa sta contribuendo al suo indebolimento. Sul suo blog Alberto Puliafito ha ben descritto una possibile linea di interpretazione: Il giornalismo è schiavo del modello di business che detta l’agenda. È come se ci fosse una parte del mondo giornalistico che rincorre le pagine viste, con lo scopo predominante di alimentare la macchina della pubblicità. In un circolo che danneggia sempre di più la qualità dei contenuti creati, curati e realizzati con finalitá informative. A farne le spese, ovviamente, il lettore. Lettore che per esempio sceglie di difendersi dalla pubblicità ricorrendo agli adblocker. Un’azione che, moltiplicata in maniera esponenziale, presto o tardi, condannerà le grandi testate a ripensarsi. O estinguersi.  Ma anche il lettore munito di adblocker fatica a difendersi da una certa tipologia di notizie, quelle diffuse per fare numeri, in molti casi senza nemmeno troppo sforzo di verifica.

Non si può generalizzare. E le cause della cosiddetta crisi del giornalismo sono tante. Alcune radicate nei mutamenti sociali, altri nei cambiamenti culturali e altre ancora in quelli tecnologici. Ci sará (?) tempo per approfondirli tutti. Ma resta il fatto che il quadro è in molti casi drammatico. E le elezioni USA hanno rappresentato un momento epocale, in cui si è resa urgente una riflessione su questi e altri fenomeni. Mentre riflettevo, mettevo insieme frammenti di argomentazioni più o meno convincenti, pensavo anche: “ma ci sará pure un modo per cui il giornalismo possa essere sostenibile economicamente e nello stesso tempo contribuire alla crescita di un’altra idea di mondo?”.

Una risposta parziale (che poi non è altro che il senso della citazione di Rob Wijnberg riportata qui sopra) mi è arrivata nella domenica post elettorale in uno di quegli attimi che io chiamo “momenti jūjitsu”. Non ricordo dove ho imparato questo concetto, ma definisco “momenti  jūjitsu” quegli istanti in cui, invece che agitarsi in maniera goffamente rivoluzionaria in attesa di una soluzione, ci si ritrova a fare un piccolo movimento leggermente diverso dal solito e trovarsi in una prospettiva completamente cambiata. Questa illuminazione mi ha talmente colpita che l’ho raccontata con dovizia di particolari in una delle puntate di God Save The Link, la mia rubrica di analisi dei media in livestreaming.

Ecco cosa mi è successo. La domenica dopo le elezioni stavo cazzeggiando col computer in mano. Di solito Facebook è il mio primo approdo. Osservo il newsfeed, mi faccio ispirare da qualche notizia e comincio le mie navigazioni.

Casualmente quella domenica mi sono soffermata sulla newsletter dell’European Journalism Center. Era incentrata su alcuni bandi per progetti giornalistici basati sui Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite. La newsletter conteneva anche il portfolio dei progettio giornalistici che hanno vinto l’anno scorso.

Il viaggio tra questi progetti era proprio quello che mi serviva in quel momento. Infatti questi finanziamenti da 15-20,000 euro per progetti che approfondivano temi come l’effetto dei pesticidi sulle coltivazioni di riso basmati in India o il racconto interattivo delle storie di donne che dicono “no” al dramma delle Spose Bambine mi sono sembrati la fonte di conforto di cui avevo bisogno. Un giornalismo che mira a spingere un cambiamento sociale è il giornalismo che immagino come il piú utile.

Tra i vari progetti me ne è saltato agli occhi uno in particolare: Deadline 2030: The World as It Could Be, pubblicato sulla testata olandese DeCorrespondent. Il pezzo è un ricco approfondimento di pezzi sugli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e il mondo in cui potremmo vivere se tutti gli obiettivi venissero raggiunti.

DeCorrespondent: il giornalismo costruttivo da 1 milione di euro e 47,000 membri

decorrespondent-giornalismo

E cosí mi sono ritrovata sul sito di DeCorrespondent. Un progetto editoriale che non conoscevo. Leggendo la descrizione del progetto giornalistico DeCorrespondent (nome in olandese, The Correspondent nella versione inglese) mi sono accorta di una grave ignoranza. Come potevo non conoscere il progetto che nel 2013 è riuscito a raccogliere con un crowdfunding 1 milione di euro?

Credo di poter sintetizzare dicendo che la storia di DeCorrespondent si divide in due fasi, profondamente collegate l’una all’altra:

  • il modo in cui è stato impostato il crowdfunding
  • le modalitá di partecipazione della comunitá dei lettori alla creazione dei contenuti.

Il progetto olandese è nato nel 2013 dall’incontro tra un giornalista, Rob Wijnberg, l’editore Ernst-Jan Pfauth e i due fondatori della agenzia creativa Momkai. Al momento dell’incontro Wijnberg è l’acclamato direttore uscente dell’edizione online di un giornale nazionale. È appena stato licenziato perchè il suo metodo non corrisponde alle linee di business.

Ma qual è la differenza del metodo di lavoro giornalistico proposto da Rob Wjinberg? La differenza è quello che nella lista dei principi fondativi di DeCorrespondent viene definito lo slittamento dal concetto di “news” al concetto di “nuovo”.

The Correspondent prioritizes relevance over recentness, looks for alternative ways of doing journalism, is transparent about its journalistic choices and dilemmas, values thorough fact-checking, and takes into account in its own reporting the ways in which the wider news media shape our perceptions of the world.

The Correspondent privilegia quello che è rilevante rispetto a quello che è recente, cerca modi alternativi di fare giornalismo, è trasparente riguardo alle scelte giornalistiche e ai dilemmi, valorizza una verifica dei fatti approfondita e tiene in considerazione nel suo lavoro il modo in cui i media modificano la nostra percezione del mondo.

Come mai DeCorrespondent è riuscito a raccogliere 1 milione di euro con un crowdfunding

Con queste basi Wejinberg, Pfauth e l’agenzia Momkai hanno lanciato il loro crowdfunding, la cui storia potete leggere in versione integrale proprio sul canale Medium di uno dei fondatori: “come abbiamo trasformato un crowdfunding da record in un vero progetto editoriale”.

All’idea forte di partenza sul tipo di proposta da fare ai propri lettori e l’alto tasso di innovazione di un progetto sin dall’inizio pensato per essere indipendente dalle tradizionali fonti pubblicitarie, credo che ci siano altri tre elementi particolarmente caratterizzanti:

  • La comunitá valoriale di partenza: Wejnberg era un giornalista affermato e appena licenziato quando ha dato il via al progetto. Il suo allontanamento da nrc.next ha suscitato una forte reazione da parte dei lettori che lo seguivano e apprezzavano il suo lavoro. Si potrebbe dire che aveva un pubblico affezionato, per cui il suo stile era fortemente riconoscibile. A questo supporto popolare si aggiungano anche le voci autorevoli, locali e internazionali, che da subito si sono espresse pubblicamente a sostegno del progetto.
  • La visibilitá sulla TV nazionale: il 18 marzo del 2013 Wejinberg viene invitato durante una trasmissione televisiva per presentare il progetto. In un’ora di trasmissione si sono potute contare 5,000 persone che hanno fatto sottoscrizioni da 60 euro.
  • Il contesto: l’Olanda è un paese con una popolazione di 16 milioni di abitanti, con 20 milioni di telefoni cellulari, e persone che trascorrono in media 3 ore al giorno davanti alla televisione. (fonte: dati sullo scenario dei media in Olanda dell’European Journalism Center).

Come funziona la relazione tra i giornalisti di DeCorrespondent e i lettori e i partner

La cosa più bella di DeCorrespondent non è il crowdfuding da record. Certo, quello è un ottimo punto di partenza. Ma la notizia sono le 47, 000 persone che ogni anno pagano 60 euro. In pratica, con questo ritmo il progetto giornalistico olandese si garantisce un’entrata di almeno 2.820.000 euro.

Non ho scelto a caso la parola “persone”. Un altro dei principi fondamentali alla base di DeCorrespondent è il modo in cui vengono chiamati gli abbonati. Non vengono definiti “lettori” ma “partecipanti“. L’idea alla base del progetto è che il giornalista faccia una accurata ricerca dei temi di cui scrive, ma sia sempre messo nella condizione di interagire con i lettori per aumentare la sua stessa conoscenza e la profonditá della sua analisi. Il Content Management System creato dagli sviluppatori di DeCorrespondent si chiama Respondens. È pensato apposta per favorire la gestione e il riutilizzo dei contenuti condivisi dai lettori a integrazione dei contenuti giornalistici.

Dal 2018 il CMS sará messo in vendita, disponibile per tutte le realtá editoriali che volessero affiancare ai loro flussi di lavoro una tecnologia adeguata ai bisogni di interazione e partecipazione. Un altro modo per creare fonti di guadagno. Sto cercando di mettermi in contatto con i Product Manager di DeCorrespondent perchè vorrei vedere più da vicino quello che sembra uno strumento per il lavoro giornalistico molto interessante. Nel frattempo ho scoperto che l’innovazione è continua. Per esempio, i link all’interno degli articoli vengono inseriti in modo diverso rispetto a qualunque altro strumento. Nell’articolo I link sono rotti. Tre alternative per migliorare l’esperienza di lettura degli utenti, il Chief Technology Officer di DeCorrespondent spiega come Respondens permetta di inserire i link negli articoli, riconosciuti ovviamente come l’ossatura del web, in tre modi diversi: come note laterali, come elementi espandibili del testo e come sezione “in evidenza”. Basta leggere un articolo per farsi un’idea.

giornalismo uso dei link
Esempio di link inseriti come note laterali attraverso il CMS Respondens.
esempio-link-decorrespondent-giornalismo
Esempio di link inserito come elemento espandibile attraverso il CMS Respondens.

Se dovessi individuare una parola chiave per il giornalismo di DeCorrespondent sceglierei la parola “comunitá“. Anche dal punto di vista delle entrate economiche, il progetto evita completamente la pubblicitá. Oltre alle sottoscrizioni, giocano un ruolo fondamentale le partnership con universitá, istituti di ricerca, organizzazioni non governative, con cui vengono sviluppati progetti speciali, contenuti editoriali basati sul principio base del cosiddetto “giornalismo costruttivo”: raccontare il mondo attraverso le soluzioni ai problemi, in maniera approfondita, fattuale e efficace.

Quando ho finito di leggere la storia di DeCorrepsondent mi sono sentita piena di energia. E soprattutto ho avuto la sensazione, forte e nitida, che un giornalismo diverso sia possibile. Ed è bastato cambiare il punto di osservazione di pochi millimetri, come in una mossa di jūjitsu. Ora non resta che andare avanti a studiare.

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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