Dopo tutto…Diaz

Film Diaz con L'espressoNon sono andata a vederlo al cinema, Diaz. Non ne ho avuto il coraggio.

Mi sono fatta suggestionare dai racconti di chi conosceva qualcuno che lo aveva visto. Pare che la durezza delle immagini abbia costretto alcuni a lasciare la sala.

Pare. Perché io alla fine non ho conosciuto nemmeno nessuno che lo abbia visto.

Poi oggi vado in edicola e me lo trovo davanti. E ho sentito un impulso, un dovere, un imperativo categorico direbbe qualcuno.

Perché nel luglio del 2001 ero maggiorenne, ma non ero abbastanza sensibile per capire.

Perché per anni ho dato per scontati degli schemi “buoni e cattivi” che poi la vita mi ha portato a ribaltare.

Perché mi sono fidata di alcune persone, di alcune ideologie, di alcuni -ismi, invece che fidarmi del mio senso di giustizia.

Perché mi sento come se fossi cresciuta tutto in un colpo il 27 dicembre 2008. Quando durante una riunione a Beit Sahour, nella sede dell’AIC, qualcuno è entrato nella stanza dicendo “Hanno bombardato Gaza”. Iniziava Piombo FusoE’ stata la prima volta nella mia vita che ho capito chi erano i forti e chi i deboli.

O che quanto meno su queste distinzioni bisognava fermarsi almeno un secondo a pensare. Fermarsi a pensare al giorno in cui no-global è diventato sinonimo di violento. A quando musulmano è diventato inspiegabilmente un termine da collegare a terrorista.

O ragionare su quali sono i meccanismi sociali e culturali (o forse banalmente le ripetizioni mediatiche) che costruiscono nella mente e nell’immaginario di un giovane milanese l’associazione tra cadenza siciliana e mafia. E sono dovuta andare a vivere a Palermo per qualche mese per scardinarmi per bene questo schema automatico.

E allora terrò Diaz tra i miei dvd. E quando avrò il coraggio di guardarmi allo specchio e capire che gli errori di interpretazione non sono colpe, ma ignoranze, senza lasciare che questa riflessione diventi un alibi. Quel giorno guarderò il film.

E nel frattempo rileggerò le pagine di un libro che mi aperto la menteOrientalismo di Edward Said. Un professore di letteratura inglese, più Politico di mille politici. Più Umano di mille umanisti, analisti, giornalisti.

La mia idea scrivendo Orientalismo era quella di usare la critica e l’analisi umanista. Volevo rimpiazzare le esplosioni polemiche e le furie irrazionali che ci imprigionano in etichette e dibattiti tra posizioni antagoniste, il cui unico obiettivo è bloccarci in belligeranti identità collettive, piuttosto che provare a comprendere e creare uno scambio intellettuale. Ho provato a chiamare questo mio tentativo “umanismo”, una parola che continuo testardamente a usare nonostante lo sprezzante rifiuto del termine da parte dei sofisticati critici post-moderni. Con il termine io intendo prima di tutto il tentativo di sbarazzarsi delle “manette forgiate dalla mente” di cui parlava William Blake, in modo da usare la mente in modo storico e razionale, con lo scopo di una riflessione che porti alla comprensione e a una genuina apertura. Inoltre, l’umanesimo è sostenuto da un senso di appartenenza a una comunità, con altri interpreti, altre società, altri periodi. Parlando in senso stretto, non esiste un umanista isolato.

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

4 comments: On Dopo tutto…Diaz

  • Fino a poco tempo fa, pochissimo tempo fa ho fatto la cassiera nelle sale di cinema per guadagnarmi da vivere. “Diaz” lo proiettavano nel mio cinema. Alla cassa venivano file di ragazze e ragazzi -giovani, tanto giovani. Ecco: Genova ha fatto saltare molte cose, forse tutte (oltre alla vita di Carlo Giuliani), fra queste anche la giovinezza. Intendo: quando si hanno parole, idee e nomi per le cose, quando ancora non ti sono precipitate addosso ed esplose. Prima -come dicevo allora -che salti ogni distanza di sicurezza e di sguardo, quando la membrana si lacera e tu sei lì, casualità nell’universo, fra vivere e morire in meno di un attimo, un baleno. E non hai fatto niente, veramente niente che giustifichi quello che si scatena contro di te da tutte quante le direzioni e tu non hai scampo! Di ritorno a casa, i nostri racconti erano così incredibili da attirarci il sospetto anche delle persone più oneste, fino al punto in cui abbiamo smesso di parlare e abbiamo cominciato ad aggirarci nei luoghi di sempre come fantasmi, come larve umane.
    Non sono entrata in sala, non ho nemmeno pensato di farlo. Per diverse settimane di notte sono tornata a sognare quell’evento, di giorno a tremare di soprassalto all’improvviso. Al lavoro era tutto un rimescolamento di dolore. Non so veramente a cosa servano certi film. Meglio sarebbe affrontare i temi che sono al cuore di quegli eventi e che sono antichi quanto la nostra prima apparizione sul pianeta, senza dover far ricorso a ricostruzioni di storie accadute, ma ancorando nel fondo gli argomenti. L’angoscia, il terrore, la minaccia della vita, la tortura quando non siano state vissute (molto meglio non viverle!) sono soltanto un’estetizzazione che non ha niente da insegnare.
    Grazie di questa opportunità di espressione.

    rosaturca

  • Grazie a te, per il tuo ricordo e il tuo racconto di quella storia. Grazie a te per averla condivisa qui.
    Ho accolto tutto il tuo racconto, ma c’è un punto su cui non sono del tutto d’accordo – con l’umiltà di chi quella paura e quella disillusione non l’ha vissuta, ma anzi ha imparato a conoscerla solo dalle voci di altri: io credo che i film che ricostruiscono siano molto importanti. Danno la possibilità di conoscere, pensare, immaginare e immaginarsi. E soprattutto le espressioni culturali (che siano libri o film) contribuiscono a preservare la memoria. A far sì che quello che è accaduto resti un po’ più eterno, un po’ più permanente al passare delle generazioni.

    mentre compravo il film pensavo “se mai avrò dei figli glielo farò vedere questo film”. Non so se farò figli, ma so che un dvd mi lascia l’impressione di poter contare su un aiuto alla tradizione orale. Che non basta. Non basta da sola. Deve essere affiancata da altro. O deve essere raccolta da qualcuno e “registrata”. Poi certo, nessun prodotto sarà mai come quello che è restato nel cuore di chi il G8 (così come tante altre storie) lo ha vissuto. Ma credo sia giusto dare la possibilità a chi quelle storie e quelle vicende non le ha vissute di entrare nell’universalità delle emozioni. Per quanto possibile.

  • Cara Virginia,
    non era mia intenzione svalutare il film in questione, né il cinema più in generale, anche se mi rendo conto che i miei argomenti e il tono delle mie parole inevitabilmente porterebbero a queste conclusioni. Ma questa piccola grande esperienza che mi è toccato vivere mi ha messa pure di fronte alla necessità di tentare di comprendere qualcosa di nuovo che veniva a incrinare il mio sistema di pensiero molto somigliante al tuo.
    La memoria grande o piccola di quello che accade è il frutto che si distilla all’ombra di una pratica quotidiana nei giorni. Tu scrivi della necessità di affiancare opere “registrate” a quella che è la trasmissione orale. Al nostro ritorno, le nostre nude tesimonianze venivano strumentalizzate oppure rifiutate. In ogni caso, non venivano ascoltate, noi non eravamo creduti. Perché era tutto troppo. Tu dici della necessità di dare qualcosa da imparare a chi non abbia vissuto le storie in prima persona —significa per me avere la forza straordinaria di tradurre quanto accaduto in orizzonti di senso comprensibili alla radice, al di là delle contingenze temporali. Anche il cinema può questo ma, a causa della sua natura, ancora più di altre espressioni culturali deve fare attenzione a non arrivare troppo tardi, a non produrre soltanto una ripetizione in più. Mi spiego meglio. Le botte e le urla di noi allora non sono cose che si dovrebbero rimettere in scena su un set, con tanto di trucchi e di effetti sonori. Dico non si dovrebbe, perchè non è onestamente necessario. La commozione personale di fronte a una riproduzione cinematografica non trae la sua origine dalla realtà che sullo schermo si sta rappresentando, ma dall’effetto della sua estetizzazione. Di fronte alle immagini reali girate al momento della liberazione degli ultimi deportati nei campi nazisti rimanevo fredda e insensibile rispetto invece a una rappresentazione teatrale che aveva per tema lo stesso argomento. Ed era ancora teatro in carne e sangue, non era un film. Quando Walter Benjamin scriveva con entusiasmo dell’invenzione del cinematografo per la qualità che gli era propria di influire sull’immaginazione, vedendo in ciò quasi un principio di catarsi dell’individuo, non poteva certo immaginare a sua volta quale potente industria sarebbe poi diventato il cinema, e non certo al servizio degli oppressi.
    Detto questo, ognuno poi fa la sua storia. Quello che conta infine è rimanere almeno sufficientemente svegli .
    Spero di non aver esagerato, sforando con i miei argomenti l’ambito di questo blog. Ti ringrazio di cuore di questo confronto insperato.

    rosaturca

  • Non hai esagerato. Sono spunti e riflessioni importanti, che meriteranno ulteriori approfondimenti. E non hai sforato gli ambiti di questo blog. Uno degli scopi di “Storie fatte di parole” (in particolare la rubrica The medium is the message – http://virginiafiume.wordpress.com/category/the-medium-is-the-message/ – ma non solo) è di intrecciare teoria e pratica, esperienze reali e mediatizzate.

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