Fertility Day: cos’è, cosa non ha funzionato e la lettera che ho firmato

Si è placata da qualche ora l’indignazione sulla campagna finanziata dal Ministero della Salute per la giornata del 22 settembre 2016, giornata in cui è stato indetto il Fertility Day. Se non sapete di che cosa si tratta, perchè la vostra timeline social non era costellata da commenti e analisi, in questo post cerco di riassumere alcuni elementi fondamentali.

  • Che cos’è il Fertility Day
  • Alcune analisi, sia politiche che di comunicazione, sulla campagna Fertility Day che secondo me vale la pena leggere
  • Una lettera al Ministro Lorenzin sul Fertility Day che ho deciso di sottoscrivere venerdi scorso

Cos’è il Fertility Day: la campagna che ha fatto incazzare l’Italia tra l’1 e il 2 settembre 2016

I Ministeri italiani e le istituzioni hanno il potere di devolvere parte delle loro risorse a campagne di promozione sociale e di informazione. A volte lo fanno aderendo a iniziative transnazionali, come la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, a volte sono loro stessi a indire “giornate a tema”.

Il Fertility Day è una giornata indetta dal Ministero della Salute, guidato da Beatrice Lorenzin.
Purtroppo le due pagine del sito del Ministero con i riferimenti agli obiettivi e agli intenti della giornata danno un messaggio di errore (provate a cercare “fertility day” su Google e a cliccare sugli articoli riferiti al sito www.salute.gov.it).

Alcuni dettagli sulla definizione sintetica di Fertility Day secondo il Ministero si possono intuire dagli “snippet” di Google riferiti a questa campagna.

Cos'è il Fertility Day
Immagine 1 – Ricerca Google Sul Fertility Day
Fertility Day 22 settembre normativa ministero
Immagine 2 – Il link che dovrebbe rimandare alla normativa relativa al Fertility Day.

Il documento che detta le linee guida della campagna ministeriale denominata Fertility Day si può leggere integralmente ed è intitolato Piano Nazionale Per La Fertilitá – Prepara una culla nel tuo futuro.

Il documento è del 2015, mentre il sito ufficiale del Fertility Day è stato lanciato pochi giorni fa insieme a una campagna social, che ha suscitato reazioni molto forti alle azioni di comunicazione che dovrebbero mirare a far riflettere su:

  • il pericolo della denatalità nel nostro Paese
  • la bellezza della maternità e paternità
  • il rischio delle malattie che impediscono di diventare genitori
  • l’aiuto della Medicina per le donne e per gli uomini che non riescono ad avere bambini

Per questo riassunto cito Wolf. e l’articolo con cui sono stati analizzati anche i costi della campagna del Fertility Day, la sua efficacia o inefficacia dal punto di vista della User Experience e l’effettiva penetrazione sociale delle reazioni.

Questa vicenda dell’indignazione per il Fertility Day potrebbe essere frettolosamente archiviata come un caso di “indignazione quotidiana”, come qualcuno ha ben indicato.
indignazione fertility day
Ma io ritengo che uno dei ruoli dei blog sia quello di tenere traccia di quelle vicende che hanno un valore superiore alle 24 ore, in modo che ne resti memoria nel futuro.

Reazioni e analisi interessanti sul Fertility Day

La mia filter bubble non mi ha permesso di vedere reazioni positive alla campagna del Ministro Lorenzin. Le reazioni negative che ho visto le potrei catalogare in tre tipi: analisi dell’in-efficacia comunicativa, analisi sulle limitazioni nelle politiche di welfare, ma anche di accesso alla fecondazione assistita che diventano impedimenti alla riproduzione e analisi politiche.

Oltre alla sopracitata analisi di Wolf. voglio segnalare qui tre articoli che secondo me vale la pena leggere sulla campagna del Fertility Day.

Il primo articolo affronta la questione del Fertility Day da un punto di vista politico. Ritengo personalmente che, prima ancora di sviscerare le problematiche di comunicazione e di marketing di questa iniziativa, sia importante andare alla radice del problema. Il giornalista Andrea Iannuzzi ha scritto un pezzo intitolato Il Fertility Day spiegato a mio figlio. Iannuzzi analizza il Piano Nazionale per La Fertilitá inserendolo nella linea politica del Partito Democratico e, in particolare del Partito Democratico di Matteo Renzi. Un Partito che ha l’esigenza di unire una tradizione democristiana con una linea più focalizzata sulla garanzia dei diritti civili. Verso la conclusione Andrea Iannuzzi scrive quello che ho pensato in altri termini coniando l’espressione “il Fertility Day è il Family Day con altro nome e altri mezzi”:

Il fertility day – cioè la campagna che finge di affrontare un tema di prevenzione sanitaria e di salute ma in realtà è impregnata di ideologia anti unioni civili, anti fecondazione eterologa, anti pari opportunità – è quella tassa da pagare.

Il secondo articolo affronta il punto di vista della comunicazione.  Si tratta di un’analisi del fallimento comunicativo del Fertility Day, fatta da Anna Maria Testa. Le riflessioni della Testa guardano a testi e immagini e fanno riflettere su come la campagna sia stata molto dura, aggressiva, andando a ignorare alcuni elementi chiave che condizionano le scelte di genitorialitá consapevole.

La comunicazione persuasiva funziona in modo opposto: come non mi stancherò mai di ripetere, persuadere è una pratica gentile, che rispetta le persone e tiene conto di ciò che credono, sentono e desiderano. Visti gli elementi di contesto elencati poco sopra, un po’ di delicatezza dovrebbe essere d’obbligo.

Mi permetto di aggiungere a questa analisi comunicativa anche alcuni elementi sul piano di puro marketing. Una campagna – qualunque sia la tesi che vuole sostenere o il prodotto che vuole vendere – deve avere delle “call to action”, intese come chiamate all’azione per il lettore che attraverso il coinvolgimento si avvicina al tema e alle informazioni e che si vuole trasformare da “persona interessata” a “consumatore”. Se pensiamo – in buona fede – che l’obiettivo del Fertility Day fosse una maggiore informazione sui temi della natalitá e della sicurezza riproduttiva, l’idea del giochino in cui l’ovulo deve acchiappare spermatozoi e evitare fattori di rischio poteva anche essere “simpatica”. Forse. Ma solo se alla fine del gioco ci fosse stato un bottone che diceva: “scopri come evitare le condizioni di infertilitá” o un rimando a delle pagine di approfondimento. Invece niente di tutto ciò. Il gioco non è più online, quindi non posso dimostrare quello che intendo. Purtroppo o per fortuna.

Il terzo spunto riguarda il rapporto uno dei temi del Fertility Day, la cosidetta denatalizazione, e i dati statistici che permettono di paragonare l’Italia al resto dell’Unione Europea. Cito ancora Andrea Iannuzzi.

Sul tema “statistico” consiglio anche l’intervista realizzata da Valeria Manieri per Radio Radicale a Linda Laura Sabatini,ex Direttrice del Dipartimento delle statistiche sociali e ambientali dell’ISTAT.

Un capitolo a parte andrebbe poi dedicato alle forme di “ribaltamento” della campagna del Fertility Day. L’esempio migliore, come è accaduto altre volte, arriva dal team creativo di Ceres che si dimostra tra i migliori in termini di quello che alcuni chiamano “real time marketing” e altri “reactive marketing”.

Lettere aperta al Ministro Lorenzin

Come accennato nell’introduzione a questo post sul Fertility Day, le reazioni sono state moltissime. Alcune hanno riportato alla ribalta lo slogan “L’utero è mio e me lo gestisco io”, per ribadire il diritto alla scelta della maternitá come parte del processo di autodeterminazione, altre si sono focalizzate sulla mancanza o sulla non adeguatezza del welfare italiano per garantire un sostegno alla maternitá, come si legge nell’articolo di Nadia Ferrigo su La Stampa Tra precariato e nessun welfare la maternitá è una corsa a ostacoli.

Tra i tanti contributi e le lettere aperte ne ho scelta una che sarebbe dovuta essere presentata al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin alla Festa Democratica a Milano venerdi 2 settembre 2016 (serata a cui non si è presentata). Le prime firmatarie sono Vittoria Valenti e Alida Grizzoli, avvocatesse, che avevo conosciuto 9 anni fa, quando avevo pubblicato come co-autrice il romanzo “Voglio un mondo rosa shokking”. A quel tempo loro avevano lavorato al calendario degli eventi di StandUp, la sezione giovanile della Festa Democratica e avevano invitato me e la mia co-autrice Rossella Canevari a un confronto che andava dalla Legge 40 sulla fecondazione assistita alle quote rosa.

La lettera che hanno scritto venerdi non poteva non trovare tutta la mia approvazione. Eccola qui di seguito.

Egregia Ministra Lorenzin,
Egregio Presidente del primo Consiglio dei Ministri composto al 50% da donne,

siamo un gruppo di giovani donne in età biologica fertile, esattamente il target della campagna su fertilità e natalità promossa dal Ministero della Salute, dalla quale, lo diciamo subito, ci sentiamo profondamente discriminate.

Pensiamo che il compito più nobile dello Stato sia quello di promuovere la realizzazione degli individui, adottando strumenti normativi efficaci, garantendo i diritti ed approntando tutele per i più deboli. Promuovere il diritto alla felicità, il diritto di essere sé stessi.

Purtroppo, l’approccio culturale della campagna “Fertility Day” dista anni luce da questi fini e ci riporta indietro di qualche decennio, veicolando un messaggio violento, che, da una parte, idealizza in modo irrealistico la riproduzione, e dall’altra la svilisce, riducendola a un fatto biologico di cui l’unico responsabile è il corpo femminile.

Non si tratta di una questione puramente formale (“La campagna non è piaciuta? Ne faremo una nuova” recita il tweet riparatore della Ministra). E il problema non riguarda solo la campagna di comunicazione. Quegli slogan, ma anche il documento cui dovrebbero ispirarsi, veicolano, in maniera incredibilmente grossolana, un messaggio culturale sbagliato. Evocano un ancestrale senso di colpa, cui le donne sono da sempre educate e dal quale, invece, devono liberarsi per sempre, abbandonando definitivamente il bisogno di giustificare a qualcuno – famiglia, uomini, Stato – le proprie scelte.

Si legge in una delle cartoline pubblicitarie incriminate, quella che probabilmente è apparsa più innocua: la Costituzione tutela la procreazione cosciente e responsabile. Segnaliamo alla Ministra che non è la Carta costituzionale ad esprimersi in questo modo, bensì l’articolo 1 della legge 194 del 1978, una legge fondamentale, purtroppo largamente inapplicata, che sancisce il diritto delle donne all’autodeterminazione. Autodeterminazione in ogni senso, Ministra. Al contrario, nella sua campagna, nel documento del suo Ministero, la maternità è intesa come un destino. Non è contemplato che alcune donne possano non desiderarla, con serenità e consapevolezza; e questo concetto inespresso, ma presente, dall’altro lato sottrae consapevolezza e capacità di autodeterminazione anche alle scelte di chi, invece, è madre o desidera diventarlo. Quegli slogan mortificano proprio le madri, perché le riducono ad incubatori di interesse pubblico (“fertilità bene comune”), senza tracciare alcuna dimensione affettiva della genitorialità (genitorialità, non maternità: un tema che dovrebbe riguardare in modo identico uomini e donne).

Le parole d’ordine del “Fertility Day” discriminano tutte le donne, madri e non, per scelta o meno, perché intervengono a gamba tesa nelle loro vite imponendo e fissando ruoli, ruoli maschili e ruoli femminili (così, nell’anno 2016, si esprime il documento del Ministero), ruoli tradizionali ed escludenti. Non c’è spazio invece per un’idea più laica e molto più interessante di società, dove le persone sono persone e assumono il ruolo che liberamente hanno scelto, che dovrebbero essere poste nella condizione di scegliere (e parlando di condizioni, bisogna ricordare, ad esempio, che per chi desidera fortemente essere genitore ma incontra difficoltà nel diventarlo, in Italia vige ancora una legge, fortunatamente quasi del tutto cancellata dalla Corte costituzionale, che dissemina di ostacoli crudeli la già difficile strada chi ricorre alla procreazione medicalmente assistita).

Le differenze sono una ricchezza, ma non devono essere usate per rinchiudere le persone in ruoli superati e discriminatori, truffando soprattutto le donne, che si pretenderebbe di “valorizzare” con specificità scelte dal contesto culturale per loro.

Infine, a proposito di ruoli, in una società in cui quelli di cura sono ancora quasi integralmente delegati alle donne, il fatto che si facciano meno figli dovrebbe essere considerato un segno di progresso: fanno bene le donne a scegliere di non essere madri o di esserlo solo se e quando lo consente l’autonomia, data sia dalle proprie risorse sia dalla condivisione pienamente paritaria del ruolo genitoriale.

Quando si parlerà di genitorialità e non più solo di maternità (in questo senso, sarebbe bene aggiornare anche la Costituzione), quando gli uomini saranno considerati e si sentiranno responsabili in misura identica del fare e crescere i figli, Ministra, i temi che Lei pone potranno essere affrontati con serietà. Ci auguriamo, e lo pretenderemo, con un linguaggio completamente rinnovato.

Milano, 2 settembre 2016

Vittoria Valenti
Alida Grizzoli
Marta Gentili
Elena Marradi
Claudia Bosco
Alessandra Moretti
Camilla Buttani
Daniela Coppola
Veronica Pizzi
Marta Gervasio
Cristina Ferraro
Virginia Fiume

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e Client Success Manager con Scribblelive.

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