E poi arriva il momento in cui i “giornalisti” scrivono cose a caso

Sto male. Sto male perché i video e gli articoli dei massacri di Gaza mi nauseano. Ne apro uno, ne guardo qualche fotogramma, il silenzio mi assorda, come nel caso del montaggio dei soccorsi prestati ai quattro bambini uccisi sulla spiaggia mentre giocavano.

Cosimo Caridi - bambini uccisiSto male. Non riesco più a leggere la mia timeline di Facebook, perché mi sembra che ogni persona che scrive e commenta analizzi eccessivamente, ostentando competenze di relazioni internazionali e di storia. Tutto mi sembra ridotto a esercizio retorico, a scuola di dialettica, tutto mi sembra disumano.

Un anno e mezzo fa ero intervenuta durante una conferenza organizzata a Pisa. Negli appunti organizzati dopo l’intervento, intervento in cui cercavo di far riflettere sull’importanza di umanizzare la guerra, avevo razionalizzato questa rabbia così:

Vittorio aveva capito qual era la situazione dell’informazione rispetto alla vita quotidiana dei palestinesi. E il suo motto, Restiamo umani, è stato la cifra del suo impegno: raccontare la vita dei palestinesi, come esseri umani e non come categoria della geopolitica.

Ma oggi ho scoperto che c’è qualcosa che mi fa bruciare ancora di più di un articolo di Fiamma Nirenstein o del più convinto dei sionisti: l’approssimazione. Per lo meno il sionista, il sostenitore di Israele quasi “senza se e senza ma” si sforza di documentare le sue ragioni. Ma quando leggo certi articoli, vorrei semplicemente urlare in faccia al “giornalista” di turno e al suo direttore tutta la mia rabbia.

Come scrive giustamente Paola Caridi, il cui blog Invisible Arabs è una lettura fondamentale in momenti come questi, si tratta di un articolo completamente sbagliato.

Questo è il tweet che io ho mandato a questo “giornalista”:

Per la verità su quel muro, su quei graffiti, sul testo della Corte Internazionale di Giustizia che lo dichiara illegale, ecco uno spunto di lettura: The separation barrier Per il resto: chi non sa le cose, provi a fare il tentativo di tacere. E informarsi. Soprattutto i “giornalisti”. Non c’è bisogno di altre menzogne. P.S. [23 luglio 2014]

Ma quale colore a Gaza! Ma quali graffiti… di Paola Caridi

 

Spero che il Corriere Sociale tolga al più presto quell’articolo che chi veramente è andato a Gaza e Betlemme e Ramallah sa essere falso. E spero che lo faccia per rispetto dei suoi inviati e degli altri inviati che hanno consumato le suole.

Spero lo faccia per i giornalisti, per i nostri colleghi che stanno rischiando la vita da due settimane dentro Gaza, salvando la nostra faccia e il nostro onore e il senso del nostro mestiere. Anzitutto, per amore della verità e dell’essere umano. Che lo faccia per Michele Giorgio, per Ben Wedeman, per Lucia Goracci, per Peter Beaumont, per tutti coloro che sono là dentro, per Safwat Kahlout e la schiera di giornalisti palestinesi di Gaza che stanno anche stavolta pagando con la vita la loro testimonianza. Testimoni coraggiosi. Testimoni che hanno mostrato il massacro in corso a Gaza in queste due settimane. Uomini e donne che hanno, stavolta, mostrato ciò che fu vietato a noi di mostrare nell’Operazione Piombo Fuso, perché gli israeliani impedirono ai giornalisti di entrare a Gaza. I giornalisti sono dentro Gaza come furono dentro l’assedio di Sarajevo: mostrano la realtà di questa carneficina.

 

P.S.2 [24 luglio 2014]<s/trong>

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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