Delitto d’onore e Bobby Sands

Immagine tratta dal film Land Gold Women

Il 2012 cinematografico è iniziato all’insegna di Benvenuti al nord, Mission Impossible- Protocollo fantasma e un paio di altre perle, tra cartoni animati e semi-apologie di Margareth Tatcher. La classifica dei film più visti né stupisce né entusiasma.

Di per sè questa non è una notizia. Comincia a diventarlo nel momento in cui ci si rende conto che le principali piattaforme su cui si potevano guardare i film in streaming hanno chiuso i battenti, almeno temporaneamente. Il colpo per la diffusione della conoscenza e di una cultura diversa da quella “di massa” è durissimo. E i commentatori su questo hanno già speso parole, parole, parole.

Ma non ci si rende conto di quello che significano queste limitazioni finchè non ci si scontra con esse.

Senza MegaUpload non avrei potuto vedere un film duro e doloroso come Hunger, del video artista Steve McQueen, sullo sciopero della fame di Bobby Sands, attivista dell’IRA, che negli anni ’80 nelle carceri dell’Irlanda del Nord è morto per dare voce e corpo alla sua protesta contro il Governo Britannico. Il pubblico italiano si scandalizza per il sesso esplicito di Shame, sempre di Steve McQueen. Quello sì che viene distribuito nelle sale, perchè il sesso esplicito vende sempre. Mettere su uno schermo una protesta che usa il corpo al posto delle bombe, quello no. Potrebbe urtare qualche stomaco.

E poi ieri ho scoperto Land Gold Women della regista indiana Avantika Hari. Un indiano ormai quasi inglese, docente universitario a Birmingham, uccide la figlia, che rifiuta un matrimonio combinato per amore del suo fidanzato, l’inglesissimo David. La narrazione asciutta, senza colpi di scena, lascia lo spettatore spiazzato, mentre cerca di comprendere dinamiche che fanno parte della nostra quotidianità molto più di quanto pensiamo. Nelle storie di cronaca si sentono spesso storie di giovani donne, immigrate di seconda generazione, uccise dai loro stessi genitori. Non è un film melodrammatico, è solo una delle tante verità del nostro tempo.

Il film apre la discussione in casa. Sui paesi, tra cui la Palestina, che io difendo, che hanno ancora legittimato nel loro sistema normativo il delitto d’onore. E allora c’è chi dice che non si possono difendere popoli che consentono ancora il delitto d’onore. Che in Italia è diventato completamente illegale e parificato a qualunque altro delitto solo nel 1981.

E io mi gestisco la discussione pensando che c’è una bella differenza tra il dire “ci sono degli animali” e “sono degli animali”. E che se è vero che non bisogna essere etnocentrici e pensare di essere culturalmente superiori, bisogna anche ricordarsi come si fa a riconoscere il fondamentalismo e quali sono i modi per difendersene e difendere.

E per me un modo resta la libertà, l’apertura, lo scambio tra culture. E la conoscenza.

Il film indiano mi ha fatto venire in mente Honour, di un giovane regista palestinese, Mustafa Staiti, cresciuto alla scuola di Juliano Mer Khamis, al Freedom Theatre di Jenin. Un film che nasce dall’esperienza stessa di Mustafa come uomo conservatore palestinese, che ha picchiato la sorella per “questioni di onore”.  Il Freedom Theatre, fondato da un israeliano con un po’ di radici arabe, ha creato un meccanismo di rottura nella società locale. Mustafa è entrato a far parte del progetto di Juliano, e lì ha maturato la crescita della consapevolezza. Ora la chiusura, che porta gli internazionali ad escludere Jenin dai loro percorsi, non ha fatto che far ripercuotere il fondamentalismo su chi, all’interno della stessa società il fondamentalismo lo combatteva. Juliano è stato ammazzato, e Mustafa è lontano da Jenin. E il fondamentalismo prolifera.

Questa è una storia lunga, complessa. Ma era giusto scriverla. Per le donne che muoiono nel mondo, quello lontano e quello vicino, a causa della follia di certe interpretazioni delle culture.

E per chi si prende la briga di fare film su queste storie. Film che nel nostro paese non sono considerati degni. Perché, forse purtroppo è vero, “tira più un pelo di figa che un carro di buoi”.

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

2 comments: On Delitto d’onore e Bobby Sands

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