David Lynch, Dior e il branded content

In un solo post le serie TV degli anni ’90 e il film ambientato a Shangai che David Lynch girò nel 2006. Era “branded content”?
Moda e innovazione. Con citazione obbligatoria de Il Diavolo veste Prada.

Martedí ho avuto la febbre. “E chi se ne frega?” diranno tra sé e sé i miei lettori. Niente. Ma prendermi un giorno di non-lavoro mi ha portata a fare qualcosa che di solito facevo alle medie o al liceo: cazzeggiare tra fonti diverse. Nei lontani anni ’90 per me un giorno lontana dalla scuola voleva tendenzialmente dire libri, vecchi numeri di Topolino e televisione: serie TV per prima cosa. Dalle 9.00 di mattina fino all’ora di pranzo su Italia1 c’era il meglio. Non ve lo ricordate?

Adesso le “serie” – che non so se si possono chiamare ancora “serieTV” data la varietá di supporti tecnologici con cui guardarle – fanno parte spesso della dieta serale. Ma un giorno di malattia permette di navigare nei meandri di un sito miniera come OpenCulture. Senza remore. The best free & cultural media on the web. Una promessa.
Cosí tra i sudori e la nebbia del Tachifludec mi sono fiondata sul link 725 Free Movies, una directory di film di autori e autrici più o meno conosciuti da cui attingere a piene mani.

Ed ecco come David Lynch è entrato nel mio letto:
Lady Blue Shangai, David Lynch.
Cosí descritto:

David Lynch non è un principiante della pubblicitá. In passato ha messo il suo talento cinematografico a disposizione di Calvin Klein, Giorgio Armani e molti altri. E ora Dior. Girato a Shangai, il film per internet di Lynch, Lady Blue Shangai, dura 16 minuti e ha come protagonista l’attrice francese da Oscar Marion Cotillard. Sebbene a Lynch siano state tutte le libertá, il regista ha dovuto includere alcuni elementi: immagini della borsa di Dior, Old Shangai, e la Pearl Tower. Il film è il terzo di una serie lanciata sul sito christiandior.com

Ecco, forse ho omesso il dettaglio più interessante. Il post di OpenCulture e, ovviamente, il film di Lynch per la campagna Dior risalgono al maggio del 2010.

Giá su questo blog, grazie a Fabio Piccigallo, avevamo compreso come un termine molto di moda negli ultimi mesi (anni?), Content Marketing, affondasse le radici addirittura nel 1904.

Beh, i mini-film di David Lynch per Dior dimostrano come il branded content non sia qualcosa di nuovo, nato negli ultimi anni sotto il controllo di storyteller, di nome o di fatto, e agenzie di comunicazione.

Certo, negli anni più recenti la teoria e la pratica del branded content si sono raffinate. In termini creativi, ma anche e soprattutto in termini di pubblico, KPI, misurazione del ritorno di investimento. Un’ottima lettura panoramica è quella del post di Alessandro Scuratti, Branded Content: cos’è e come farlo.

Che cita questa definizione:

il branded content è “lo sviluppo e la produzione di contenuti originali – e la loro distribuzione su tv e/o sul web e/o su altre piattaforme –, concepiti ad hoc a partire dai temi e dai valori di comunicazione del brand

Ma lo scopo di questo post su David Lynch, Dior e un esperimento di branded content d’autore di sei anni fa è anche quello di raccontare come si parlava di branded content quando la parola non era ancora una buzzword.

Ho fatto alcune ricerche e ho trovato un approfondito articolo del Financial Times: David Lynch’s new film for Christian Dior.

L’articolo è da leggere integralmente. Interessante come dopo un’introduzione intorno alla metodologia applicata per unire i bisogni di Dior e la creativitá di Lynch e all’uso della regia d’autore per la pubblicitá di moda, segua un passaggio sulla “soft sell”in una modalitá nuova.

Goodbye sell! sell! sell!, hello linger! savour! appreciate the art! (and then buy the perfume)

Suggerimenti: andatevi a cercare anche Baz Luhrmann per Chanel No 5 (2004); Ridley Scott per Prada (2005); e Martin Scorsese per Chanel aftershave.

E ora…

via GIPHY

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e Client Success Manager con Scribblelive.

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