Danni collaterali

ich bein ein berliner

di Virginia Fiume

Nel giornalismo “di guerra” si leggono spesso espressioni mutuate dal lessico militare. Una delle più gelide è danni collaterali. E’ con questo termine che si intendono le cosiddette vittime civili, persone – donne, uomini, bambini, bambine – che hanno la sfortuna di nascere in un luogo di conflitto. E che muoiono durante i bombardamenti o gli omicidi mirati. Il più delle volte questi esseri umani diventano numeri nel rapporto quotidiano che alcuni giornalisti fanno alla fine di una giornata di bombardamenti. Togliere l’identità, inserire le persone in una lista di numeri è un’azione violenta tanto quanto quella di seppellire le persone in fosse comuni, secondo me. Altre volte, troppo poche, alcune testate cercano di dare un nome a queste persone, un’identità.

Perché ci si può stringere nelle spalle, come di fronte a una dolorosa necessità, se 29 innocenti diventano il prezzo massimo, ma plausibile, da pagare al successo di un’operazione bellica o antiterrorismo? E chi è il delegato da Dio a fissare l’asticella del “minore dei mali possibili”?

Inizia così l’articolo pubblicato il 12 maggio 2013, su La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, di una giornalista che ho scoperto da poco, Elisabetta Rosaspina. Una inviata di guerra che secondo me l’espressione danni collaterali non l’ha mai usata. E che intervista Eyal Weizman, architetto israeliano dal multiforme ingegno, che dopo una serie di libri sull’architettura come strumento di esercizio di potere e oppressione, pubblica Il minore dei mali possibili (edizioni Nottetempo).

Ventinove civili, gli ha spiegato un giorno il controverso analista militare statunitense Marc Garlasco, rappresentavano durante la guerra in Iraq la soglia di vittime incolpevoli ammesse nel corso di un omicidio mirato, senza la previa autorizzazione del Presidente George W. Bush.

Non vedo l’ora di leggerlo questo piccolo libro. Per dare forza teorica all’analisi sul linguaggio del racconto di guerra (questa mia analisi parla di Pillar of defense, l’ultima guerra di Israele contro Gaza, ma chi mi ha aperto gli occhi su questo tipo di analisi fu nel 2009 Enrico Bartolomei con il suo appassionato  La morte dell’informazione: i media e il massacro di Gaza) . Per avere armi intellettuali da usare contro la violenza del linguaggio standardizzato, de-umanizzato di molta parte dei media di massa.

Un’anteprima del testo di Weizman, tradotto in italiano da Nicola Perugini, si trova su Lavoro CulturaleE’ una buona lettura, per ricordarci di cosa parliamo quando parliamo di male, assoluto, senza mezze misure. E che quando parliamo di “minore dei mali” parliamo di esseri umani.

Il libro

eyal weizman il minore dei mali possibili copertina

Eyal Weizman (trad. Nicola Perugini)
Il minore dei mali possibili
Nottetempo, 2013
18 euro

leggi un estratto

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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