Cronaca vs Informazione – Universalizzare e umanizzare Gaza

palestinian territories - battir near bethlehem
Battir, Occupied Palestinian Territories

It’s not a war, it’s a murder. Incontro sull’emergenza Gaza è il titolo dell’incontro a cui ho partecipato ieri, organizzato all’ex Colorificio di Pisa.

Per chi ascoltava ero solo una voce, accanto a quella di Michele Giorgio, in collegamento da Gerusalemme, e di Mohammed Khalil, membro della Comunità Palestinese di Pisa.

La ragazza che ha organizzato l’incontro mi aveva chiesto un’analisi del modo in cui sui media italiani è stata raccontata e vissuta l’ultima guerra di Gaza, operazione militare chiamata eufemisticamente dall’esercito israeliano Colonna di difesa. Certamente molto più politicamente corretto e semanticamente curato dell’angosciante Piombo Fuso, dell’inverno 2008.

Ho pensato molto all’intervento che avrei fatto. Dalla mia comoda e calda distanza dal campo di battaglia nelle scorse settimane ho sofferto quasi più nel leggere le analisi, improvvisate o meno, di studiosi, veri o presunti, opinionisti, tutti veri, tifosi. Una sintesi dello stato d’animo l’ho trovata nelle parole di un contributo pubblicato sul sito del Guardian, Israel and Palestine’s leaders – and cheerleaders – have failed them.

Oggi pubblico qui alcuni appunti che hanno guidato il mio intervento. Ho avuto a disposizione 10 minuti di tempo. Mancano sfumature, dettagli, approfondimenti. Ma resta la traccia di quella che ho immaginato come una minuscola “cassetta degli attrezzi”, che vale per la Palestina, ma forse anche per tanti altri contesti, ancora più assenti dalle cronache mainstream italiane.

Se chi legge non ha voglia di seguire tutto il filo del ragionamento, ecco i link alle quattro parti che compongono questo testo:

Cronaca e Informazione. Tra assenze e presenze

Nel titolo dell’incontro, tratto da uno dei più recenti articoli di Noam Chomsky pubblicato su Il Manifesto il 21 novembre, ho sottolineato la presenza di un termine, emergenza, e l’assenza di almeno un altro paio di termini, occupazione e apartheid, che definiscono due diversi scenari giornalistici e comunicativi.

Il termine “emergenza” è riconducibile al genere della cronaca.

La cronaca (dal latino chronica e dal greco krònos) è una semplice forma di narrazione storica che segue il criterio cronologico, riportando gli eventi anno per anno senza dare un’analisi critica e valutativa dei fatti o prendere in considerazione cause, interferenze o ripercussioni degli eventi riportati. In questo genere letterario i fatti rilevanti hanno lo stesso peso di quelli secondari.

Basta la definizione di Wikipedia per capire quello a cui abbiamo assistito nella settimana di Pillar of Defense: poche interpretazioni critiche della realtà, per lo più un aggiornamento continuo del numero dei razzi, dei bombardamenti, l’allungarsi dell’elenco delle vittime. Spesso ridotti a numeri cronaca, salvo rare eccezioni.

I termini assenti, nella maggior parte dei casi quando si osserva l’ambito dei media mainstream, sono occupazione e apartheid. Parole che porterebbero il discorso nell’ambito della complessità e della valutazione di merito, l’informazione.

L’informazione è ciò che, per un osservatore o un recettore posto in una situazione in cui si hanno almeno due occorrenze possibili, supera un’incertezza e risolve un’alternativa, cioè sostituisce il noto all’ignoto, il certo all’incerto. In altre parole, essa riguarda il contesto in cui i dati sono raccolti, la loro codifica in forma intelligibile ed in definitiva il significato attribuito a tali dati.

In sintesi si può dire che la situazione israelo-palestinese ha, nei media, una copertura cronachistica nei momenti di emergenza superiore a quasi qualunque altra questione politica ascrivibile a scenari internazionali, ma paga pegno quando si tratta di valutare la qualità dell’informazione e della resa della complessità.

Complessità e equidistanza

Paola Caridi, giornalista e scrittrice, autrice anche del libro Hamas. Che cos’è e cosa vuole il movimento radicale palestinese, ha scritto uno dei pochi articoli che ho condiviso con convinzione su Facebook. Un testo ascrivibile a un terzo ambito della comunicazione mediata, l’opinione. Chiara e netta sin dal titolo, Vale la pena di essere equanimi?

Il suo articolo è un richiamo alla dignità e alla coerenza, ma soprattutto io l’ho interpretato come un invito a andare con coraggio oltre alle divisioni manichee e dicotomiche che ricordano lo scontro di civiltà “oriente” e “occidente” figlio degli anni ’90 e di tutto quello che è accaduto prima e dopo l’11 settembre:

Ho vissuto in Medio Oriente (e soprattutto a Gerusalemme) troppo a lungo perché mi si possa dire che è tutta colpa dei palestinesi e tutta colpa di Hamas. Ho dovuto lottare, nel 2005, perché non si dicesse (come invece si è detto) che Ariel Sharon era un fine stratega, e aveva capito come risolvere il conflitto israelo-palestinese ‘disimpegnando’ Israele da Gaza: ha fatto solo l’ennesimo, l’ultimo danno che poteva fare, tentando ancora una volta di spaccare Gaza dalla Cisgiordania, e dividere la Palestina. Ho dovuto lottare, per tutto il 2006 e il 2007, da Gerusalemme, per far comprendere che non si poteva caldeggiare le elezioni palestinesi, mandare 800 osservatori internazionali, e poi dire che si era sbagliati perché aveva vinto Hamas. Bisognava anzi, pragmaticamente, sfruttare questa occasione per sostenere l’ala pragmatica di Hamas e ‘blindarla’ in una cornice istituzionale.

Nel marasma della cronaca mancano spesso diversi elementi, eccone alcuni

  1. Un discorso approfondito sul sionismo, come movimento coloniale, radicato ben prima della Seconda Guerra Mondiale, ben prima della decisione delle Nazioni Unite riguardanti l’area della Palestina storica. Far capire che sionista non è sinonimo di ebreo e far conoscere l’esistenza di una viva componente antisionista fuori e dentro lo stesso stato di Israele, che arriva a comprendere anche i religiosissimi ultra ortodossi sarebbe il primo elemento di riconoscimento della complessità importante
  2. Spiegare le restrizioni alla libertà di movimento e di autodeterminazione legate certo soprattutto alle persone che vivono a Gaza, ma che riguardano anche i Territori Palestinesi Occupati (definita nei media mainstream Cisgiordania, altro termine che allontana dalla consapevolezza che si sta parlando di una terra occupata, in generale, e di Palestina in particolare) e la città di Gerusalemme.
  3. La voce dei Palestinesi. Il 18 novembre, giorno di inizio dell’ultimo attacco di Israele a Gaza, il Tg1 ha fatto vedere ai suoi circa 5.000.000 di spettatori un’intervista di Claudio Pagliara a Shimon Peres. Non si è mai visto, credo, un esponente politico palestinese, di Fatah, di Hamas, o di qualunque altro partito, intervistato in un normale salotto. Di solito preferiscono farli vedere armati di tutto punto, urlanti.
  4. I giornali più letti, come Repubblica e il Corriere, ospitano spesso articoli dei famosi “scrittori israeliani per la pace”. Abraham Yehoshua o David Grossman. Chiunque legga i giornali li conosce. Ma non esiste mai una volta che venga ospitato il contributo di qualche scrittore o intellettuale palestinese.

E poi il giorno che si sigla la “tregua” si torna a rivedere tutti questi elementi messi insieme.

home page repubblica tifosi tottenham attaccati
Repubblica.it

Scompare Gaza dalle news della home page di Repubblica, nonostante un uomo palestinese sia stato ammazzato al confine dai soldati israeliani proprio il giorno successivo all’entrata in vigore della tregua, notizia data nella sezione esteri neutralizzando i termini (“spari al confine, un morto” – chi ha sparato? chi ha ucciso?) e si preferisce collegare il grave episodio di violenza accaduto a Roma con la situazione in Israele e Palestina.

Small media e scontri tribali

E Gaza, il 23 novembre, scompare quasi completamente anche dagli status di Facebook. Nella settimana precedente si era evidenziato un fenomeno che alcuni antropologi, in altri contesti di analisi spesso relativi alla presenza dei brand sui social media, chiamano tribalizzazione. Su internet le preferenze e i gusti creano delle vere e proprie tribù, non legate a confini territoriali, ma a contenuti, idee.

Pillar of defense, più ancora che Piombo Fuso, l’abbiamo vista e vissuta tutti attraverso le immagini e i contenuti condivisi sui social media (con il termine intendo soprattutto blog e social network). Sono state pubblicate sui blog analisi sull’uso di twitter o di instagram. Per fortuna qualcuno usa anche lo strumento per ricordare che la guerra non è su twitter, è reale, con bombe vere, razzi veri, morti veri.

Non esiste dialogo sull’argomento, le posizioni opposte si accentuano e ripetono argomenti che acquisiscono la forma di topoi, formule comuni, spesso insulti o incentivi alla violenza. E si crea quasi esclusivamente quello che viene chiamato echo chamber effectsi finisce con parlare solo con chi la pensa come noi.

Il termine small media viene utilizzato in alcuni ambiti accademici al posto di new media. Ho sempre interpretato il concetto in base a due criteri. Da una parte small in contrapposizione a massIl già citato TG1 raggiunge ogni sera circa 5.000.000 di persone. In Italia, secondo i dati dell’OCSE, nel 2011 solo il 54 % delle persone aveva una connessione internet. E non è detto che tutti lo usino per informarsi. E non è detto che tutti lo usino per informarsi sulla situazione israelo-palestinese. E ovviamente, non bisogna dimenticare che il dato di click effettivi su un contenuto facebook è spesso non statisticamente rilevante.

Inoltre, la definizione di small è più veritiera di quella new perché ogni mezzo di comunicazione contiene in sè anche i vecchi media, non ci sono quasi mai vere e proprie rivoluzioni.

Far bene anziché far male o dell’attivismo informativo

Vittorio Arrigoni è stato forse il primo attivista italiano a incardinare la sua azione intorno al pilastro dell’informazione. Vittorio aveva capito qual era la situazione dell’informazione rispetto alla vita quotidiana dei palestinesi. E il suo motto, Restiamo umani, è stato la cifra del suo impegno: raccontare la vita dei palestinesi, come esseri umani e non come categoria della geopolitica. E in qualche modo contrastare l’azione che Israele chiama hasbara, “spiegazione” – la cosiddetta “diplomazia pubblica”.

In quest’ultimo massacro di Gaza si è sentita tutta la sua eredità. Ho parlato anche su questo blog degli 8 cooperanti che, rimasti dentro a Gaza nei primi giorni dell’operazione Pillar of Defense, si sono messi a disposizione della comunità internazionale per dare informazioni.

Le voci vere sono il primo modo per dare voce ai palestinesi. E’ probabilmente un retaggio coloniale, ma le prime persone che si ascoltano sono quelle più vicine a noi.

  • Per far diventare uno small medium un mass medium c’è un’altra cosa che possiamo fare: fare rete nella rete. Aggregare le notizie, mettere insieme le fonti autorevoli, come Nena News o The Post Internazionale, o il lavoro di giornalisti che raccolgono informazioni di prima mano e chiamano le cose con il loro nome (Paola Caridi, Ugo Tramballi, sono i primi nomi che mi vengono in mente). Aggiungere i blog delle persone che si trovano in Palestina e aggregare tutto insieme, creando spazi di confronto e condivisione.
  • Usare le immagini. Il nuovo progetto dell’ong israeliana Btselem è molto utile, si chiama Visualizing Palestine e mette insieme infografiche su occupazione e violenza. Questa è la timeline della violenza. Cliccate per leggere meglio.
violence in palestine infographic
Timeline of violence in Palestine (Btselem)

E poi c’è un ultimo strumento, potentissimo: il corpo.

Un ambito potentissimo in cui si usa il corpo è il turismo. I nostri corpi di internazionali possono travalicare i confini, possono trovarsi in un bar di Gerusalemme o Tel Aviv e discutere con un israeliano e dirgli che non sono tutti animali quelli che vivono dall’altra parte del muro. Lui chissà qual è l’ultima volta che ha parlato con un palestinese.

Possiamo invitare i nostri genitori a venirci a trovare quando siamo a lavorare nei Territori Palestinesi Occupati. O lo possiamo chiedere ai nostri amici. O possiamo promuovere le infrastrutture turistiche che si trovano in Palestina. O i viaggi di “turismo politico” o le raccolte delle olive.

Solo dopo che avremo creato molteplici occasioni di incontro con i palestinesi avremo aumentato la portata della loro voce, avremo dato più possibilità alla cronaca di trasformarsi in informazione. E potremo passare a comunicare una campagna impegnativa come quella del BDS – Boycott Divestment and Santions.

Un anno e mezzo fa sono stata quasi due mesi in Palestina, per studiare il ruolo degli internazionali nel conflitto e nella resistenza, attraverso gli strumenti dell’antropologia del turismo. Ricordo ancora le due conclusioni a cui ero arrivata con le persone con cui avevo parlato. Perché un periodo di permanenza in Palestina, che sia un viaggio, un periodo di lavoro o un pellegrinaggio, abbia un senso per i palestinesi deve avere due caratteristiche.

  1. Smuovere la sensibilità della persona. Chi non ha sensibilità probabilmente non capirà un granché, ma per gli esseri umani dotati di un minimo di spirito critico e di cuore bastano 24 ore per capire di che cosa parliamo quando parliamo del cosiddetto conflitto israelo – palestinese
  2. Entrare a far parte di quello che Mikado Warschwaski, attivista e intellettuale israeliano, fondatore dell’Alternative Information Center, chiama il triangolo. La lotta della Palestina può essere vinta solo se si uniscono le forze di israeliani, palestinesi e internazionali. Alla pari, anzi con un ruolo maggiore giocato dalle richieste dei palestinesi e dall’impegno degli israeliani a cambiare le cose all’interno della loro società. Noi internazionali siamo un supporto, un megafono. Un sostegno.

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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