Alcune verità sugli aiuti ai palestinesi

Ho perso molto tempo settimana scorsa, a discutere sulle dichiarazioni di Romney sull’arretratezza dell’economia palestinese rispetto a quella israeliana. La risposta più facile dei più strenui sostenitori di Israele è che “i palestinesi ricevono un sacco di aiuti, ma per colpa della corruzione se li intascano”. E’ un’affermazione in parte vera. Ma usata come unico criterio interpretativo rischia di semplificare un po’ troppo la realtà e nascondere dal piano del ragionamento un altro punto: l’occupazione militare e politica in atto.

Mi sono presa la briga di tradurre un articolo apparso sul canale dedicato al Medio Oriente dal sito Foreign Policy. E’ molto lungo. L’ho fatto per quattro motivi:

  1. E’ scritto da una donna e studiosa palestinese
  2. Trovo più utile lasciare spazio alla voce di una persona che vive sulla sua pelle tutte le contraddizioni sugli aiuti
  3. Offre un quadro completo, per chi ha la pazienza di leggere, e tutti i link necessari per approfondire
  4. Parla, tra le altre cose, di una campagna portata avanti dai giovani palestinesi, che fanno meno notizia di quanta ne fecero i giovani tunisini, i giovani egiziani, etc, etc

Ripensare gli aiuti internazionali alla Palestina

C’è un bisogno fortissimo di ripensare la politica degli aiuti internazionali alla Palestina. Consapevolmente o no, gli aiuti dall’estero facilitano il sistema di occupazione israeliano, permettono all’incapace classe dirigente palestinese di sopravvivere e mandano a monte gran parte del lavoro della società civile palestinese. La dipendenza dagli aiuto è talmente significativa da costringere l’Autorità Nazionale Palestinese a usare la maggior parte delle sue energie nel chiedere le elemosina ai governi arabi, all’Unione Europea e agli Stati Uniti. Recentemente l’ANP, trovatasi di fronte a una grave – e non insolita – crisi di liquidità, non ha potuto pagare gli stipendi su cui contano (sono stime) un milione di burocrati e le loro famiglie.

Una dimostrazione dei problemi legati agli aiuti internazionali è stata la situazione in cui si sono trovati i giovani e nonviolenti (*), picchiati dalle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese. I manifestanti stavano protestando contro la visita a Ramallah dell’ex vice Primo Ministro israeliano Shaul Mofaz, che addirittura aveva visto le sue visite rifiutate da altri paesi a causa delle accuse per “crimini di guerra” durante gli attacchi di Israele alle città palestinesi nel 2002. Dopo che le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese hanno attaccato i manifestanti, questi ultimi hanno iniziato a manifestare contro la brutalità della polizia.

Le forze israeliane hanno distrutto le forze di sicurezza palestinesi nel 2002, quando la Seconda Intifada era al suo picco. Ma dal 2005 il supporto finanziario e tecnologico degli Stati Uniti e dell’Unione Europea non solo ha contribuito a rimetterle in sesto, ma ha anche promosso una stretta collaborazione tra servizi di sicurezza israeliani e palestinesi. Un coordinamento appena appena messo in discussione dalle flebili lamentele degli ufficiali palestinesi riguardo alle incursioni israeliane in alcune aree che in teoria dovrebbero essere sotto il diretto controllo dei palestinesi (es. la così detta Area A, un minuscolo 18% della Cisgiordania). Non sorprende quindi che le menti critiche tra i palestinesi si riferiscano all’Autorità Palestinese chiamandola “Il poliziotto di Israele”.

E’ stato scritto parecchio riguardo ai problemi del coordinamento tra Israele e l’Autorità Palestinese (Squaring the circe; Our man in Palestine) ma i paesi donatori continuano a tenere gli occhi chiusi. Recentemente il presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso è stato orgogliosamente scortato  dall’ANP all’interno della Cisgiordania, per raggiungere in centro studi di scienze politiche. Sarebbe stato bello se, nel suo fitto programma, avesse trovato il modo di parlare con Mona (nome di fantasia) che mi ha detto: “Mi sono sentita umiliata quando ho visto i furgoni che portavano poliziotti dall’aria truce, armati di bastoni, che non avevano esitato a usare contro di noi. E mi sono arrabbiata nel vedere l’Autorità Palestinese sprecare le energie nel combattere un nemico che non è il nemico reale”.

Invece Barroso ha siglato un accordo da 25 million di dollari, stanziati, tra l’altro, per 8 nuove stazioni di polizia e una prigione. Sono compresi anche dei fondi per rafforzare il monitoraggio, da parte della società civile, dei servizi di sicurezza. Resta aperta una domanda: come dovrebbe fare la società civil a esercitare quest controllo?

Quello del sostegno ai servizi di sicurezza palestinesi è solo uno dei problemi legati alla relazione tra chi offre aiuti e chi li riceve nei Territori Palestinesi Occupati. L’altra grande questione riguarda il modo in cui gli aiuti sollevano Israele dalle responsabilità che avrebbe, second il diritto internazionale, come paree occupante nei confronti della popolazione occupata. C’è una situazione tragicomica che spiega bene la questione. L’anno scorso, quando i membri filo-israeliani del Congresso deli Stati Uniti hanno in fretta e furia tagliato gli aiuti all’Autorità Palestinese come punizione per aver cercato di ottenere il pieno riconoscimento alle Nazioni Unite, il Governo israeliano parlò apertamente a favore degli aiuti. E quest mese, il governo israeliano ha data alla squattrinata Autorità Palestinese un anticipo sulle tasse che raccoglie proprio per conto dell’Autorità stessa. Un accordo che è solo una delle tante prove che mostra come gli accordi di Oslo si siano dimostrati fallimentari per la sovranità nazionale palestinese.

Non solo i donatori finiscono con il pagare per i bisogni essenziali dei palestinesi, i loro fondi spesso non possono che essere indirizzati in progetti approvati dalle forze di occupazione israeliane, che promuovono attivamente i piani di colonizzazione. Per esempio, le strade finanziate da USAID non sfidano in nessun modo il sistema di segregazione creato dal sistema stradale israeliano, che implica confisca di terre lungo tutto il suo percorso. Questo tipo di infrastrutture di fatto violano il diritto internazionale: la raccomandazione della Corte Internazionale di Giustizia che otto hanno fa dichiarava illegale il Muro di Separazione afferma che gli stati terzi non possono assecondare l’illegalità.

A tutto ci si aggiunge il fatto che Israele ha una lunga storia di distruzione di progetti finanziati dagli aiuti internazionali. Questo avviene, recentemente, soprattutto nell’Area C, dove Israele ha il controllo totale. Aree che sta provvedendo a svuotare dai palestinesi. Si stima che 62 strutture finanziate dall’Unione Europea siano già state distrutte e altre 110 siano a rischio di demolizione. I Ministri degli Esteri europei hanno finalmente fatto delle dichiarazioni dure sulle azioni di Israele, affermando che non solo continueranno a investire nell’Area Ci, ma si aspettano che questi interventi vengano protetti in futuro. Detto questo le proteste dell’UE suonano vuote, se si considera il continuo rafforzarsi dei legami economici tra l’Unione Europea e Israele.

Infine c’è la questione relativa ai flussi di soldi dei finanziatori per lo “sviluppo delle istituzioni”, senza che si faccia niente di più di quello che già accadeva ai tempi di Arafat, dicono analisi autorevoli. Questo atteggiamento parte dall’errata credenza che lo sviluppo sostenibile sia possibile nonostante una prolungata occupazione. Sono inutili i report delle Agenzie e della Banca Mondiale che si susseguono sottolineando gli ostacoli insormontabili.

Gli aiuti hanno un impatto molto negativo sulla società civile palestinese. La resistenza popolare e nonviolenta era il tratto distintivi o della Prima Intifada, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Dal 1993 e dagli Accordi di Oslo in poi le organizzazioni non governative hanno, tranne alcune eccezioni, tagliato i loro programmi a misura di finanziatori piuttosto che nella direzione della lotta per la libertà.

Ci sono molte critiche da parte dei palestinesi sugli aiuti internazionali. Le loro voci diventano sempre più forti. Gli stessi giovani palestinesi che tra fine giugno e inizio luglio hanno organizzato le manifestazioni Palestinesi con dignità hanno emanato un manifesto il 30 luglio riprendendo l’Unione Europea per la sua ipocrisia e invitandola a invertire le politiche, altrimenti “avrebbero sfidato la sua presenza e le sue operazioni in Palestina”.

Un’opera satirica sugli aiuti internazionali è stata recentemente messa in scena in Cisgiordania, con un forte appello a una maggiore individuazione delle responsabilità. Certo non si tratta di qualcosa che avverrà in futuro prossimo. Il comitato Ad Hoc Liaison che trasferisce gli aiuti europei e statunitensi all’Autorità Palestinese si dice che sia stato incapace di organizzare un incontro con l’associazione Dalia, con sede a Ramallah, per discutere le ricerche con cui dimostrava che gli aiuti violano i diritti umani dei palestinesi.

Chiaramente è necessaria una revisione delle politiche di aiuti nei Territori Palestinesi Occupati. Nessuno arriva ad affermare che tutti gli aiuti devono essere eliminati: i palestinesi hanno bisogno di sopravvivere sulla loro terra e soddisfare i bisogni primari come l’educazione, il lavoro e la salute. Ma in mancanza di un più ampio quadro politico gli aiuti rischiano di fare più male che bene.

Perché i finanziatori ignorano il mano che fanno con i loro aiuti? In parte perché serve ai donatori, in particolare agli Stati Uniti, tenere in mano un meccanismo che permetta loro di tenere l’Autorità Palestinese al suo posto. E in parte non esistono ancora forze di pressione interne ed esterne all’Europa e agli Stati Uniti che contrastino le forti lobby di Israele e spingano i governi di quei paesi ad attenersi al diritto internazionale e a spingere Israele a porre fine all’occupazione sui territori palestinesi. Senza questa pressione è molto più facile per i governi occidentali mantenere lo status quo  e lavarsi la coscienza con gli aiuti.

Ci sono molti modi per aiutare i palestinesi a restare sulla loro terra, senza continuare a fare danni che vanno seriamente presi in considerazione. Ma il punto di fondo è un altro: i palestinesi hanno bisogno che le politiche europee e americane mettano fine alla colonizzazione da parte di Israele e alle discriminazioni. Senza questo tipo di intervento quello che continueranno ad affrontare saranno privazioni ed esclusioni. E nessuna quantità di aiuti potrà essere d’aiuto.

Nadia Hijab, direttrice di Al-Shabaka: The Palestinian Policy Network
traduzione di Virginia Fiume – articolo originale 

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Site Footer

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers: