C’est la vie

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Abbiamo un rituale la domenica mattina. Dopo qualche bacio scivoliamo fuori dal letto e indossando i vestiti della sera precedente usciamo di casa. C’è un piccolo bar, a due minuti dal portone, dove compriamo le brioches tutte le domeniche. I primi tempi ci sedevamo ai tavolini bianchi. Ma il caffè è troppo liquido. Meglio prendere solo le brioches. Anche quelle non sono un granché, ma i rituali sono rituali. Con la colazione avvolta nel sacchettino bianco facciamo ancora qualche passo verso l’edicola. La domenica è il giorno del quotidiano di carta. Se fosse per me la leggerei tutti i giorni della settimana l’edizione cartacea del giornale, ma il tavolo della cucina è troppo piccolo: una di quelle isole per due.

Ieri sera abbiamo litigato. Abbiamo urlato. Si deve essere rotto anche un bicchiere. Non abbiamo fatto l’amore. Dopo aver fatto pace abbiamo deciso di abbracciarci e guardare i vecchi episodi di Beverly Hills 90210. Ve la ricordate la puntata in cui Brenda pensava di avere un tumore al seno? Non abbiamo fatto l’amore perché ci stanno venendo le mestruazioni. I muscoli e il corpo sono stanchi e tesi.

Sento il mio corpo a tal punto che mi prude anche il dito dove tengo l’anello che sancisce la mia unione di fatto.

Non dico che le mestruazioni stanno arrivando a me e il mio compagno ne subisce le conseguenze. Dico proprio che sia a me che a lei stanno venendo le mestruazioni.

Sono certa che mentre leggi queste righe non pensi di trovarti davanti a un post “politico”. E non lo pensi nemmeno se ti dico che ogni tanto la domenica pomeriggio io e lei andiamo addirittura al cinema. Un paio di settimane fa ci siamo infilate nella coda delle 14.30 del Cinema Anteo di Milano. Guardandomi intorno ho trovato l’età media piuttosto alta per il film che pensavo tutti stessero andando a vedere, La vita di Adele, vincitore del Festival di Cannes, atteso, commentato ancor prima di essere arrivato sugli schermi, etichettato da molti – ancor prima di essere lasciato sedimentare – “una storia lesbica”.

In realtà la maggior parte delle persone stava andando a vedere un altro film, Gloria (di Sebastian Lelio).

Alla fine del mio film, La vita di Adele, sono andata in bagno. Accanto a me una piccola signora, di circa 65/70 anni. Così, si aspettava, nel bagno delle donne:

“Le è piaciuto il film signora?”
“Devo lasciarlo sedimentare. Sono venuta a vederlo senza sapere niente di quello di cui parlava”
“Niente, niente?” [Nella mia testa penso ‘possibile che questa fosse l’unica signora a non aver letto delle scandalose scene di sesso del film?’]
“Niente. Però la cosa che mi fa pensare è che l’amore è una cosa universale. Non c’entra niente il sesso”.

Genere, sesso, sesso saffico. Davvero non c’entrano niente con La vie d’Adèle. Chaipitres 1&2, quinto film di Abdellatif Kechice con Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux. Credo che chi sintetizza La vita di Adele come una storia lesbica con scene di sesso esplicite sia la stessa persona che della mia lunga introduzione ha individuato solo poche parole, come se fossero sottolineate in un grassetto che non c’è: “Dico proprio che sia a me che a lei stanno venendo le mestruazioni.”

E a chi – anche lesbica – ritiene che il sesso tra Adele e Emma è “improbabile” e che nel film ce n’è troppo, a queste persone consiglio di fare più sesso. O trovare qualcun altro con cui farlo.

A tutte queste persone dico che stanno dimenticando tutto il quotidiano. Dimenticano la realtà.

Già, la realtà. La vita. La vie.

La realtà degli spaghetti mangiati facendo rumore con la bocca e sporcandosi i baffetti di sugo di pomodoro. La realtà di quella volta che fai sesso con qualcuno e ti accorgi che non senti assolutamente nulla e provi molto più piacere a toccarti sentendo con l’immaginazione un’altra persona. La realtà della vita che ti si apre davanti quando un sorriso inaspettato ti racconta un libro, un film, un’opera d’arte. Le mani che sudano mentre stai sdraiata su un prato a guardare il cielo e speri che quel corpo che senti così vicino al tuo si avvicini finalmente abbastanza, in modo da poter far diventare un primo bacio un impulso spontaneo e non un goffo tentativo.

La realtà del dolore acuto tra l’ombelico e il diaframma che provi quando vedi la persona che ami che raggiunge un’intesa intima con un’altra persona, proprio sotto i tuoi occhi e proprio senza toccarsi nemmeno con un dito. O il sorriso amaro che ti fa guardare la persona che hai amato con tenerezza mentre ti allontani da lei prendendo un’altra via, andando avanti con la tua vita. Perché c’est la vie.

Con i suoi primissimi piani, i suoi gemiti in presa diretta, i dettagli di chi si raccoglie i capelli e si tira su i pantaloni quando scivolano sul sedere o di uno sguardo a un bel fondoschiena. Con le citazioni dei romanzi e qualche festicciola in casa. Con tutto questo Kechice mi ha sradicata dalla poltrona del cinema, dai miei rituali e mi ha travolta con il suo film.

Un film che è profondamente politico: un neorealismo contemporaneo che sostituisce il racconto accurato della società con l’accuratezza delle emozioni, attraverso i visi e i sensi. Scandaglia, ti costringe a pensare all’universalità dei sentimenti. E colpisce con un forte pugno tutto il perbenismo del mondo.

Qualche giorno dopo quel pomeriggio al cinema ho guardato un altro film, Stuck by love, il protagonista è uno scrittore, che interrogato sul significato del mestiere di scrittore per rispondere cita il finale di uno dei racconti di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo di amore? 

“Sentivo il mio cuore battere. Sentivo il cuore di tutti.
Sentivo il rumore umano che facevamo là seduti, nessuno che si muoveva, nemmeno quando nella stanza calò il buio.”

Lo stesso battito raccontato da Kechice e dalle sue attrici. Lo stesso suono che probabilmente ha descritto Julie Maroh nella graphic novel Blue is the warmest colour da cui è tratto liberamente il film. Lo stesso battito di ogni essere umano che abbia provato amore almeno una volta nella sua vita.

E l’amore, certi amori, sono una vicenda politica, collettiva come il battito del cuore di Carver:

Se si vedono due omosessuali, o meglio due ragazzi che se ne vanno insieme a dormire nello stesso letto, in fondo li si tollera, ma se la mattina dopo si risvegliano con il sorriso sulle labbra, si tengono per mano, si abbracciano teneramente, e affermano così la loro felicità, questo non glielo si perdona. Non è la prima mossa verso il piacere ad essere insopportabile, ma il risveglio felice” (Michel Foucault)

Il film

recensione la vita di adeleLa vita di Adele

Un film di Abdellatif Kechiche. Con Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Salim Kechiouche, Mona Walravens, Jeremie Laheurte. continua» Titolo originale La Vie d’Adèle.

Drammatico, durata 179 min.

Francia 2013

La scheda su MyMovies

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una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

9 comments: On C’est la vie

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