Sindrome post-olimpiadi

fonte: www.jacktech.it/

Mi manca. Mi manca tornare a casa. Alla mattina, alla sera, dopo il lavoro, dopo essere andata a fare la spesa. Mi manca accendere la televisione e lasciar scorrere in sottofondo le immagini delle Olimpiadi. L’unica retorica che accetto. L’unico momento in cui accetto di vedere sventolare bandiere nazionali. Perché quegli stati nazionali, in quel momento, mi sembrano incarnare solo un senso di talento messo al servizio di una comunità.

Pur non avendo seguito i dettagli dei Giochi Olimpici il giorno che si sono conclusi ho provato un senso di svuotamento. Di nuovo proiettata nelle sequenze di telegiornali ripetitivi, le selezioni delle veline e i gialli di Rai2, o i programmi educativi di MTV genere I used to be fat (Teenager in crisi di peso). Qualche picco per qualche classico film duramente ricercato nei meandri del digitale terrestre. Ho ricominciato a spegnere la televisione.

Poi ci sono state le vacanze. E l’incontro con Infinite JestFinite le ferie il tempo per leggere scarseggia. Ma mi attacco con devozione alle 1200 pagine e oltre. E cerco informazioni su di lui. Trovo una traduzione di un suo articolo sul tennis, pubblicata da Repubblica decadi digitali fa.

E capisco il vuoto di senso post-olimpico. Mi manca trovare in televisione un po’ di bellezza.

La bellezza non è l’ obbiettivo degli sport di competizione, ma lo sport di alto livello è uno degli ambiti in cui la bellezza umana ha le maggiori probabilità di esprimersi. Il rapporto è più o meno quello che intercorre fra il coraggio e la guerra. La bellezza umana di cui parliamo in questa sede è una bellezza di tipo particolare: la potremmo chiamare bellezza cinetica. La sua forza e il suo fascino sono universali. Non ha niente a che vedere con il sesso o i modelli culturali. Sembra legata, in realtà, alla riconciliazione degli esseri umani con il fatto di avere un corpo. Naturalmente, negli sport maschili nessuno parla mai di bellezza o di grazia del corpo.
Copyright New York Times Magazine-la Repubblica David Foster Wallace è l’ autore di “Infinite Jest”, “Consider the Lobster” e molti altri libri (Traduzione di Fabio Galimberti)

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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