Alla faccia della Hora Feliz

acqua-rubinetto“Posso chiederle un bicchiere d’acqua per favore?”

Sguardo di compatimento. Una delle cameriere dell’Hora Feliz si guarda intorno, accertandosi che nessuno la stia osservando. Prende un bicchiere, lo sciacqua e me lo porge con circospezione.

Impugno il bicchiere, ringrazio. E faccio per tornare fuori, dove gli amici mi aspettano dopo aver consumato quelle 5 o 6 birre che con i prezzi da Happy Hour valgono una sessantina di euro.

“Le posso chiedere di dissetarsi all’interno del locale?”

Non mi pare vero. Guardo la cameriera. Con gli occhi spalancati. “Scusi?”

Cerca di giustificarsi. “Sa, non vogliamo far vedere che le persone vengono dentro solo per bere acqua”. “Scusa?” Forse a causa del rumore non ho ben capito. Non capisco se pensa che io non sia una cliente o non capisco se non vogliono che uno si prenda solo un bicchiere d’acqua, sedendosi poi al tavolo senza consumare.

Mi intesisco. E divento “capitalista”. “Beh, se vuole gliela pago!”. Lo stereotipo di milanese che è in me galoppa.

“Beh, se la paga, le posso dare una bottiglietta”.

Ritiro la mia offerta. “Scusi, ma non posso avere un bicchiere d’acqua? Abbiamo consumato parecchio”

Mi guarda. Si vede che non ci crede. Ma mi fa andare lo stesso

Da piccola ricordo di aver sentito una storia: se entri in un bar e chiedi un bicchiere d’acqua sono obbligati a dartelo. Non so se sia una storia vera o una leggenda metropolitana. Qualche entità istituzionale territoriale ha provato a emettere delle ordinanze per rendere la leggenda realtà.

Non so se sono ossessionata dall’espressione Bene Comune dopo aver finito di lavorare al primo numero di S28 Mag.

Quello che so è che ora i motivi per cui non metterò più piede a Hora Feliz sono tre:

1) Costa un sacco di soldi

2) Ti costringono a supplicare per un dannato bicchiere d’acqua del rubinetto, che dovrebbe essere un diritto, dei clienti e dei passanti

3) Espongono un fastidioso cartello contro l’Area C

La mia idea di felicità non corrisponde alla loro.

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