L’algoritmo è mio e decido io

La modifica dell’algoritmo di Facebook

Lo scorso weekend ho visto i profili di molti dei miei contatti di Facebook popolarsi di alcune delle conversazioni più interessanti, articolate e dialogiche di cui io abbia memoria. Lo spunto lo ha dato Mark Zuckerberg in persona, annunciando dal suo stesso profilo il nuovo aggiornamento degli algoritmi di Facebook. Conosco qualcuno che, ben meglio di me, tiene traccia di tutto quello che accade a Menlo Park in termini di decisioni su cosa vediamo nel Newsfeed di Facebook, quando lo vediamo, perchè lo vediamo. Ma questa modifica ha alzato il livello della conversazione, perchè ha un duplice impatto.

Semplifico moltissimo. Da una parte chi gestisce pagine ufficiali dei siti di informazione, cosí come pagine aziendali, dovrá inevitabilmente (continuare a) fare i conti con una diminuzione della “reach” dei propri contenuti di Pagina se questi non sono effettivamente coinvolgenti per chi segue la pagina stessa. Dall’altra, noi che siamo il pubblico di queste pagine, dovremmo veder apparire nel nostro Newsfeed molti meno contenuti provenienti direttamente dalle Pagine e molti più post della nostra rete di “amici di Facebook”. Vale a dire: “meglio scegliersi gli amici giusti”.

L’algoritmo non scompare. Ovviamente. Ne vengono potenziati alcuni aspetti a scapito di altri.
E in qualche modo, a parer mio, ogni singolo iscritto a Facebook – sempre che gli interessi la qualitá dei contenuti – viene reso un po’ piú autonomo nello scegliere quali contenuti desidera visualizzare.

I metatag di Netflix

Più o meno negli stessi giorni mi è capitato sotto gli occhi un articolo riguardante il funzionamento di un altro ambiente in cui si accede ai contenuti. Questa volta non un social network, ma Netflix. Il pezzo, suddiviso in due parti, si intitola Netflix sotto il cofano. Architettura dell’informazione e User Experience in NetflixCome suggerisce il titolo le lenti del pezzo sono quelle dell’architettura dell’informazione e il design dell’esperienza dell’individuo che si trovi di fronte all’offerta di Netflix. E magari non sappia nemmeno da che parte cominciare per decidere che cosa guardare.

L’obiettivo che si sono dati a Netflix – emerge dall’analisi degli ex studenti e studentesse del Master di Architettura dell’Informazione – è quello di “ridurre la complessitá della scelta”. Per questo hanno messo a punto quella che con termine tecnico si chiama “classificazione analitico sintetica”. Le preferenze personali, il gusto personale, quello che guardiamo, quello che lasciamo a metá, diventano segnali che permettono a Netflix di mostrarci categorie molto particolari come “film drammatici con un personaggio femminile forte”. O “altri film degli anni ’80”. O come nel mio caso – tra le altre – la categorie “film americani strappalacrime” o “film sul matrimonio”.

Questo avviene grazie a diverse combinazioni di alcuni elementi contenuti nei metatag dei contenuti di Netflix. Eccone alcuni di quelli riportati nell’articolo:

  • Region (British, French, Asian…)
  • Adjectives (Suspenseful, Gritty, Independent…)
  • Noun Genre (Movies, Dramas, Comedies…)
  • Based On… (Based on Real Life, Based on Books, Based on a Book…)
  • Set In… (Set in Europe, Set in Asia, Set in Ancient Times)
  • From the… (From the 1980s, From the 1970s, From the 1960s)
  • About… (About Marriage, About Royalty, About Parenthood)
  • For Age X to Y (For Kids, For Ages 8 to 10, For Ages 8 to 12)

Cosa hanno in comune Netflix e Facebook

Non so quanto tu che leggi sia un appassionato di architettura dell’informazione e personalizzazione. Ma se anche non ti dovessero interessare i meccanismi di progettazione alla base di quello che ti trovi davanti sulle piattaforme digitali, sarai contenta di sapere – o forse sai giá – che degli algoritmi possiamo non essere schiavi. Possiamo attivamente dare dei segnali agli algoritmi, con i nostri click effettuati o mancati, con i nostri like messi o non messi, con le nostre interazioni.

Certo, andrebbe affrontato un discorso critico sul fatto che uno degli obiettivi di qualunque piattaforma che mette in circolazione contenuti sia quello di “ridurre la complessitá” e quindi evitare che la persona debba cercare attivamente i contenuti che le possono interessare. Ci sono fior di articoli e saggi da cui partire: l’analisi della Filter Bubble di Eli Pariser, se proprio non si sa da dove cominciare.

Ma quello che hanno in comune Netflix e Facebook in questo mio ragionamento è proprio il primo punto: il mio ruolo individuale nello scegliere di dare agli algoritmi i miei segnali di interesse, per fare in modo che le loro raccomandazioni siano più rilevanti per me.

E all’improvviso l’intervista a Barak Obama

Ecco. Ti domanderai cosa c’entra Barak Obama in tutto questo mio ragionamento. C’entra, eccome, perchè mi permette di spiegarmi con un esempio. E perchè mi ha fatto capire che a quanto pare in questi anni ho dato segnali migliori a Facebook rispetto a Netflix. La settimana scorsa Netflix ha lanciato un nuovo programma originale, la serie di interviste di David Letterman, noto conduttore nord americano, intitolata My Next Guest needs no introduction. E il primo ospite è stato proprio Barak Obama.

Ecco nonostante io abbia un profondo interesse per la politica e la comunicazione politica, non ho spesso avuto modo di esprimerlo in azioni su Netflix. Quindi il loro sistema di personalizzazione non ha pensato di notificarmi il contenuto nella home page di scoperta dei contenuti.

Nello stesso tempo Facebook non mi ha fatto vedere la notifica della notizia dell’uscita dell’intervista sulla Pagina ufficiale di Netflix. Eppure lí il mio interesse per la politica e la comunicazione politica è molto più chiaro. Ma forse il fatto che l’intervista sia stata rilasciata proprio nei giorni in cui Facebook aggiornava l’algoritmo (oltre alla gran quantitá di pagine che seguo), ha fatto sí che la notizia mi fosse sfuggita.

Ma poi una piccola magia: uno dei miei “amici di Facebook” di cui spesso vedo i contenuti e con cui qualche volta interagisco ha scritto un post personale, raccomandando la visione del duo Letterman-Obama. E forse il fatto che da qualche ora avessi iniziato a vedere più contenuti di amici e conoscenti con interessi simili ai miei, rispetto a contenuti quasi casuali di pagine di informazione o di aziende, ha permesso al suo post di emergere più prepotentemente nel mio Newsfeed.

E cosí mi sono goduta una meravigliosa ora di intelligenza, storia, e quell’energica fiducia nel cambiamento che caratterizza Obama. Alla fine mi sono ritrovata ottimista e con il cervello pieno di stimoli positivi.

Non so dire se sia successo “grazie” agli algoritmi o “nonostante” gli algoritmi. Ma mi ha ricordato quanto valga la pena coltivare le mie interazioni e cercare – per quanto possibile – di fare un pizzico di fatica e compiere azioni di senso quando mi trovo a utilizzare piattaforme che invece vorrebbero non farmi fare fatica. Cosí, tanto per il gusto di dire la mia agli algoritmi.

 

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