Ai lati del Mediterraneo

mar mediterraneoBombardata dalle immagini dei morti di Lampedusa resto aggrappata alle parole che cercano di impedire che torni il silenzio sulle traversate del Mediterraneo, sulle persone che scappano dalla guerra e dalla miseria per cercare una vita migliore. Perché non si tratta di retorica ma di dati di realtà.

Riassumo in maniera disorganizzata gli input che mi girano nella testa. Come una traccia da rileggere e riguardare tra qualche giorno, settimana, ora.

Quando la tragedia è consumata si iniziano a inventare soluzioni dai nomi rassicuranti, come la “missione umanitaria” Mare Nostrum:

Il 14 ottobre il ministro dell’interno Angelino Alfano, dopo un vertice a Palazzo Chigi, ha annunciato una missione militare umanitaria per risolvere il problema degli sbarchi nel Mediterraneo. Il piano si chiama Mare nostrum e sarà realizzato in collaborazione con la Marina militare, che fornirà alcuni mezzi, anche aerei, per pattugliare il triangolo tra Malta, le coste libiche e la Sicilia. Verranno usate anche navi anfibie, droni, oltre ad elicotteri con strumenti ottici ad infrarossi. Nel frattempo continuano gli sbarchi a Lampedusa: il 14 ottobre un motopesca è approdato al porto con a bordo più 150 migranti. (dal liveblog di Internazionale)

Giustamente qualcuno si permette di dubitare degli aspetti umanitari della faccenda, come il consigliere comunale di Milano Luca Gibillini.

commenti operazione mare nostrum

Qualcuno ricorda agli importanti giornali nazionali che hanno lanciato intelligenti (nell’idea) quanto inutili (nei mezzi) campagne di raccolta firme per abolire la legge Bossi-Fini che fino a pochi giorni prima delle più evidenti tragedie di Lampedusa si poteva firmare per un referendum che avrebbe almeno in parte allentato la morsa di una legge sbagliata.

Credo di aver letto la miglior risposta all’ennesima operazione di monitoraggio delle coste nelle parole di Andrea Segre nell’articolo pubblicato su Lavoro Culturale sapientemente intitolato “Sì ma allora, come si fa? Possiamo mica prenderli tutti qui, no?”

Il problema sta nel fatto che esistono persone al mondo che hanno necessità di viaggiare, o per salvarsi la pelle o per cercare una vita migliore, ma non hanno il diritto di farlo perché altre persone, la cui pelle e la cui vita sono tendenzialmente molto più al sicuro della loro, hanno deciso di negarglielo. Queste persone non stanno ferme a casa a rispettare l’ordine di quelli che stanno bene. Cercano di raggiungere le terre dove stanno quelli che vorrebbero impedirglielo. E siccome in mezzo al viaggio trovano ostacoli naturali e soprattutto militari (le operazioni di contrasto all’immigrazione clandestina di cui sopra) allora si fanno aiutare da gente che dà a loro qualche sgangherato e pericoloso mezzo per superare quegli ostacoli e che per farlo si fa pagare caro puntando sulla loro disperazione e sulla corruttibilità di buona parte degli operatori coinvolti nei controlli delle frontiere.

Si tratta dello stesso Andrea Segre che è co-regista, con Stefano Liberti, del documentario “Mare Chiuso”. Altro che mare nostrum.

Nel frattempo cerco una fonte di calore mentale ed emotivo dall’altro lato del Mediterraneo, nella storia d’amore e di creatività di Tariq, palestinese e Kristel, olandese. Insieme hanno dato vita al Singer Cafè, un luogo di accoglienza e passaggio per chi vuole capire che poi alla fine siamo solo esseri umani.

(appunti )

[Update: è uscito oggi, 16 ottobre 2013, un bellissimo articolo di Nicola Perugini, Tutto il resto è destra. Una lucida analisi di che cosa è davvero l’operazione Mare Nostro e del non-detto.]

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Site Footer

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers: