Abbracciamoci forte, Michelle

Non so se capita anche a voi. Ci sono delle sere, delle notti, che vorresti non finissero mai. Sono notti infinite di vino, risate e lacrime con un’amica. Qualcuno che conosci da poco ma che ti sembra di conoscere da una vita. Notti in cui si parla in maniera articolata di come si è diventate quello che si è. Ci si racconta le piccole frustrazioni e le grande conquiste di quando si è bambine. E delle deviazioni compiute mentre si diventa grandi, le deviazioni consapevoli e quelle inconsapevoli, che ci hanno portate a essere in quel posto preciso in quel momento esatto. Non sono notti perfette per come ci si racconta, ma lo sono per l’intensità e l’intesa intima che creano. 

Ecco. Negli ultimi sei giorni ho trascorso una lunga e intima notte con Michelle Obama. Eravamo sedute nel giardino della sua casa di Washington, una leggera brezza rendeva la notte d’autunno calda abbastanza per stare all’aria aperta indossando solo una maglietta e dei pantaloncini corti. Abbiamo bevuto vino e mangiato panini al formaggio. E lei mi ha raccontato non tanto cosa abbia significato per lei essere la First Lady alla Casa Bianca, quanto cosa significhi continuare a diventare qualcosa. 

copertina michelle obama "becoming"

Lo ha fatto con la sua autobiografia intitolata Becoming, uscita il 13 novembre del 2018 in 20 paesi. Non si intitola “Become”, “diventata” ma “Becoming”, “diventare”. Sembra una sottigliezza, ma se leggerete il libro vedrete quanto Michelle sia una donna che si prende cura di ogni piccolo dettaglio. E quel verbo all’infinito non è affatto un caso. Perché diventare è un processo continuo. 

E in questa lunga notte perfetta durata una settimana intera Michelle mi ha raccontato di tutta l’affascinante differenza che c’é tra essere destinati a qualcosa e diventare qualcosa. Il destino, per la sua stessa etimologia, è scritto da altri, pensato per noi, deciso prima ancora che nascessimo. Il diventare è, invece, l’esercizio di una facoltà attiva, il frutto di quelle parti della nostra vita che scegliamo di coltivare. 

Una recensione su Esquire ha definito il libro di Michelle Obama un “manuale per First Lady rivoluzionarie” . L’autrice della recensione ritiene che il memoir di Michelle possa anche servire per “spianarle una futura carriera”.  E che sia un libro scritto per incontrare i gusti delle lettrici, più ancora che dei lettori. Penso che poche volte mi sono trovata così in disaccordo con l’analisi di un libro. 

Comincio dalla riflessione sul libro e le sue lettrici. E mi domando: davvero il pubblico di Michelle Obama devono essere solo le donne? Chi è il pubblico che legge e leggerà Becoming? Siamo noi donne? Sono le donne afro-americane negli Stati Uniti? Sono le donne Democratiche negli Stati Uniti che sperano che Michelle decida di correre per le elezioni presidenziali statunitensi nel 2020? 

We grow up with messages that tell us that there’s only one way to be American – that if our skin is dark or our hips are wide, if we don’t experience love in a particular way, if we speak another language or come from another country, then we don’t belong. That is, until someone dares to start telling that story differently.  

Il pubblico di Michelle è in questa frase. Sono tutte le persone che sono interessate all’altro lato della storia. Questa citazione appare alla fine del libro, quando l’autrice sta ormai descrivendo la transizione verso l’amministrazione Trump con tutte le emozioni e la perplessità, e nello stesso tempo raccoglie le idee sul significato che ha avuto per lei sedere ai tavoli importanti, lasciare segni decidendo quali persone incontrare durante le visite ufficiali, incontrare persone. O osservare le persone mentre celebrano conquiste importanti. A un certo punto si legge di come Michelle e Malia, la figlia maggiore, abbiano cercato di eludere la sicurezza della Casa Bianca per scivolare in giardino per osservare e respirare la folla arcobaleno riunitasi il 25 giugno 2016 per celebrare la decisione della Corte Suprema di rendere legale in tutti i 50 Stati degli Stati Uniti il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Quella notte la Casa Bianca sarebbe stata illuminata con i colori del movimento LGBTQI+. Michelle e Malia volevano scendere in giardino, guardare il gioco di luci, immergersi nell’energia della folla anche se a distanza. Mica così facile farlo senza allertare le decine e decine di membri del servizio di sicurezza. Il piano di fuga della First Lady e di Malia riesce solo in parte. Ma quell’energia, quel senso di connessione umana esplode dalle pagine. E rende l’emotività di Michelle e tutta la sua storia, tutte le sue storie, estremamente universali. Non un privilegio per lettrici o una vicenda da First Lady. 

L’autobiografia di Michelle Obama è suddivisa in tre parti. Becoming Me, Becoming Us Becoming More.

Becoming Me inizia in Euclide Avenue, una delle arterie principali di South Side Chicago,  finisce con una pennellata sugli anni della Harvard Law School e una lente di ingrandimento sull’esperienza da Avvocato Associato presso lo studio legale Sidley & Austin e l’incontro con un certo Barak Obama. Questo balzo di spazio e tempo – come lo stupore che accompagnerà i balzi di tutto il resto del libro, fino al più famoso, quello alla Casa Bianca –  possono essere compresi a fondo solo conoscendo in dettaglio la società nord americana. Oppure lasciandosi trasportare dall’accumulo preciso di dettagli, frasi e aneddoti raccontati da Michelle Robinson Obama. 

South Side Chicago che progressivamente si trasforma da quartiere con un tasso di povertà più alto rispetto a tutto il resto della città a un luogo da dove chi può va via. 

Decline can be an hard thing to measure, especially when you are in the midst of it. Every September, when Craig and I showed up back at Bryn Mawr Elementary, we’d find fewer white kids on the playground. Some had transferred to a nearby Catholic school,  but many had left the neighbourhood altogether. 

Torna spesso nell’infanzia e nell’adolescenza il tema della trasformazione del suo quartiere di origine. Ma la scrittura e il racconto non indugiano mai sulla povertà e sul contesto, o in ogni caso vengono continuamente bilanciati dall’amore, dalla fiducia, dall’educazione della famiglia Robinson, la famiglia di Michelle. Ci sono la musica jazz del nonno soprannominato Southside, le gite di famiglia al museo di arte contemporanea di Chicago sulla Buick di papà Fraser che unisce l’amore per la guida con il conforto che il viaggiare in macchina offre alle sue gambe doloranti per l’incedere della sclerosi multipla. C’è la voce interiore di Michelle che le fa sempre chiedere a se stessa se è abbastanza brava e la determinazione a essere sempre la più brava di tutti. C’è la counselor del liceo che risponde all’affermazione di Michelle di voler andare a studiare a Princeton dicendole che è brava, ma che forse “you are not Princeton’s material”. Ma Michelle fa quello che le hanno insegnato in ogni occasione della sua vita i suoi genitori: 

The idea was we were to transcend, to get ourselves further. They’d planned for it. They encouraged it. We were expected not just to be smart but to own our smartness – to inhabit it with pride.  

La vita piena di amore e solidità di Michelle e la sua precisione e determinazione nel compiere tutti i passi giusti un bel giorno si incrociano con quelli di Barak Obama. 3 anni più grande, in visita per uno stage nello studio legale di cui lei è già Associata, Barak fa il suo ingresso nella vita di Michelle arrivando in ritardo giá il primo giorno di lavoro. La prima parte del libro si conclude con il loro primo bacio. E poi inizia la seconda parte, Becoming Us. Michelle e Barak. Un incontro di valori fondamentali simili ma due modi di intendere la vita completamente diversi che iniziano a fondersi.

Per molti recensori la parte più interessante di questa sezione, anzi forse di tutto il libro, è il ricorso alla fecondazione assistita per avere entrambe le bambine. Almeno, così sembrerebbe dal numero di volte che questo episodio è stato citato nelle settimane dopo l’uscita del libro.

Ecco, ve lo dico, si tratta di due pagine. Forse tre. Sulle quattrocento di tutta l’autobiografia. 

Becoming Us è molto di più della nascita di una famiglia, è anche molto di più della maternità. È la storia di due persone nei loro 30 anni che scelgono la loro vocazione più o meno razionalmente – a seconda della personalità – più o meno contaminandosi l’uno con l’altra. Barak, la politica, la comunità, “the world as it should be instead of the world as it is”; Michelle il lavoro come manager per creare mobilità sociale. Il lavoro presso l’ufficio del Sindaco di Chicago per migliorare il rapporto tra amministrazione comunale e zone più impoverite per la città, poi i programmi di apprendistato per i giovani delle periferie nelle ONG e nel no profit, il lavoro all’Università di Chicago, ancora per aumentare l’accesso all’educazione da parte dei ragazzi e delle ragazze dei quartieri come quello da cui è arrivata lei. 

Certo, in quel Becoming Us c’è anche il diventare madre e padre, c’è il ripetersi di situazioni in cui Michelle è la prima donna afro-americana a sedersi a un certo tavolo decisionale, o Barak uno dei primi afro-americani a sedere in Senato, ci sono i litigi tra i due e l’imparare a litigare. Ma vi giuro che sono solo altre storie di divenire. Non è una storia di fecondazione assistita. 

il fist bump tra michelle obama e barak obama raccontato nella biografia di Michelle Obama

È la storia delle prime primarie di Obama. Di quel famoso fist bump tra Michelle e Barak che diventa anche la prima occasione in cui Michelle si trova a vedere attaccati pubblicamente i suoi modi, la sua espressività, la sua energia. La scoperta di Michelle della politica come performance. 

E poi si arriva a Becoming More. Quella è la storia d’America e anche un po’ la storia del mondo. Michelle che pianifica attentamente le campagne su cui concentrarsi, prime su tutte quelle sull’educazione alimentare e ultima di tutte quella per l’accesso delle ragazze all’educazione. Quel rafforzamento continuo della sicurezza in sé, combinata con l’umiltà della bambina che si chiede se sarà brava abbastanza.

Confidence sometimes needs to be called from within

Ma anche quell’istinto che fa scherzare Michelle con la Regina Elisabetta, la fa emozionare mentre parla alle studentesse di una scuola femminile di Hackney, uno dei quartieri più poveri di Londra, le fa dire la verità sulla quasi impossibilità di cambiare la legge sul possesso di armi a un gruppo di studenti di un quartiere di Chicago dove viene uccisa una persona al giorno per violenza tra gang. Quella energia incontenibile che le fa abbracciare ogni persona che incontra. 

I often tried to introduce myself with an hug. Landing us all in flesh. 

Carne e energia sono le parole che mi sento addosso dopo la mia lunga notte con Michelle Obama. Leggerla mi ha dato conforto in questo momento in cui andare con in giro con il suo libro in mano mi è sembrato quasi un atto politico. Mi aggrappo alle sue parole e ai suoi ricordi, mi stringo al suo diventare per ricordare quello che lei e Barak hanno rappresentato e rappresentano per il mondo. 

What I won’t allow myself to do, though, is to become cynical. […] I continue to keep myself connected to a force that’s larger and more potent than any one election, or leader, or news story – and that’s optimism. 

E ringrazio Michelle Obama per aver scritto questa autobiografia che più che un libro è un fortissimo abbraccio. Un nitido viaggio fatto di dettagli, sorrisi, umane difficoltà, che diventa un invito a ricordarci che possiamo diventare tutto quello che vogliamo, che non importa dove siamo nati, dove siamo ora, quello che conta veramente è l’integrità con cui scegliamo i passi e i balzi laterali che abbiamo compiuto e che compiremo per diventare quello che vogliamo. 

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