6 euro 2012

Titolo alternativo: 5 ottobre 2012

Scena del film "Il sorpasso"
Il Sorpasso – Dino Risi – 1962

 

Si parlava. Si parlava tra noi l’altra sera. Si parlava della voglia di cambiare, di scoprire il mondo, di vivere immersi in un flusso di novità.

Poi si finiva di parlare e si guardava il conto corrente. Prosaicamente: una quantità di denaro sufficiente per un troppo caro aperitivo da Moscatelli in corso Garibaldi o per una cena al giapponese, “tanto per tutto il mese vado in bicicletta e non spendo i soldi del biglietto ATM”. Ma non abbastanza per mettere da parte, in un tempo ragionevolmente compatibile con la durata di quel pezzo di vita che ti spinge come un motore a propulsione, una quantità di soldi necessaria a iniziare una situazione in un nuovo pezzo di mondo. Situazioninel senso

momenti della vita, concretamente e deliberatamente costruiti mediante l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco d’avvenimenti

Sembra di vederci, mentre parliamo. Sembra di vederci con il rosso opaco di un maglione rubato sul set di The Dreamers o del più recente Apres Mai o strappato al Lo Cascio de La Meglio Gioventù, per restare in Italia. Siamo noi quelli lì. Quelli che “voi non avete fatto il ’68”, ma che quando vogliono sanno fare un bel casino. Poi l’informazione è veloce oggigiorno. E nella Storia resteranno le “cariche di alleggerimento della polizia”, nella storia invece i manganelli e quelli che hanno bruciato le tessere elettorali. Soffice dura disperazione.

Dicevo. Sembra di vederci. Mentre al sapore sessantottino di “ci hanno rubato i sogni” sostituiamo la frase dei tempi della crisi “ci hanno rubato anche il diritto di metterci da parte i soldi”.

Poi per fortuna appare una bustina sullo schermo dello smartphone. E’ un amico. Che tiene in mano la penna come nessun altro che conosci (o meglio, picchietta le dita sulla tastiera, nd2.0). E che, mentre lavora a Londra per mettere da parte soldi, ha scritto un articolo per un giornale quasi leggendario, per noi che non abbiamo fatto né il ’68 né il 77. Mucchio Selvaggio. Ha raccontato l’Argentina. Dopo la crisi, forse prima di un’altra crisi. O forse no.

Si parlava. Di soldi. Ma certe volte dei soldi te ne freghi. Spendi 6 euro per comprare la rivista. Tieni la carta morbida tra le mani e ti immergi nel mondo delle parole.

E speri che il tuo amico, che nella tua testa toglie l’immaginario maglione rosso dei film sugli anni ’60-’70 per indossare il vestito di quello che si fa un gran culo per mettere i soldi da parte per tornare in Argentina- o forse andare in qualche altra terra- speri che il tuo amico possa continuare a picchiare sui tasti.

L’Argentina 10 – anni – dopo è potente e caotica, caleidoscopica, proprio come questo tentativo blues di abbozzarne un ritratto. Non si capisce nulla, ed è per questo che ce ne si innamora. C’è troppa vita, troppo ritmo lì sotto, che sobbolle. Succeda quello che succeda, tanto comunque ci si rialza e si torna a gridare… pero lo que màs me gusta/son las cosas que no se tocan/por eso me gusta el rock

E torni a parlare. Ma la faccia del tuo amico si trasforma in quelle di tutti quelli che i sogni stanno facendo di tutto per non farseli portare via.

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

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