6 cartoline da Vancouver

Commercial Drive Vancouver
Commercial Drive – credits: VF

Sono passati due mesi da quando sono arrivata a Vancouver. Prima di scrivere qualunque considerazione sulla città mi sono presa un po’ di tempo. Non mi piace dare giudizi affrettati, perché i giudizi sono come le nuvole: basta un vento per trasformarli.

Ma dopo 57 giorni sento di poter appuntare alcuni dati di fatto fondamentali, da intendersi come le fondamenta  su cui costruire qualunque futuro ragionamento sulla mia permanenza di lungo o medio termine in questo frammento di West Coast nord americana che nella più recente classifica dell’Economist Intelligence Unit si è classificata al terzo posto, dopo Melbourne e Vienna come “città più vivibile al mondo”. 

Sei cose da sapere su Vancouver

La vita culturale non è una virtù

Nel quartiere – Kitsilano – dove vivo non ci sono librerie. Almeno, non nel raggio di una camminata di 35 minuti. Il concerto degli Xiu Xiu, la band più famosa oltre i confini canadesi, in programma nel palinsesto cittadino per il trimestre gennaio – marzo, è stato annullato a due settimane dalla data. L’ingresso al Museo di Antropologia, l’unico luogo che viene definito culturally vibrant dai miei concittadini temporanei, costa 16 dollari.

Alcuni esempi che mi hanno costretta a domandarmi più volte al giorno se e come l’accesso alla cultura sia considerato uno degli indicatori nell’elaborazione delle varie classifiche. Ho trovato un articolo di Paul James, direttore del Global Cities Institute, professore a Melbourne, intitolato Melbourne, the world’s most liveable city? Not Exactly! in cui l’autore ricorda come queste classifiche vengano soprattutto elaborate per definire gli stipendi degli staff delle multinazionali. E spiega che:

la categoria “cultura e ambiente, per esempio è costituita da nove indicatori, che pesano per un 25% sul totale. Il primo di questi indicatori riguarda l’umidità e la temperatura, e viene calcolato in base alle condizioni metereologiche medie”

Non è importante sapere quali sono le fermate di un determinato autobus

Non esiste una, e dico una, mappa dei mezzi pubblici. Scordati la rassicurante mappa della metropolitana di Londra. E scordati di vedere affissa alla pensilina di una fermata una mappa delle linee e degli intrecci dei vari mezzi del trasporto pubblico. Dimenticati anche quei pannelli in cui vedi la lista di tutte le fermate e puoi capire se quell’autobus che magari aspetti per venti minuti è quello che ti porta davvero il più vicino possibile alla tua destinazione. Molto più vivibile aspettare per venti minuti l’autobus e chiedere al conducente.

Il pannello elettronico con i tempi di attesa è un miraggio. Più facile trovare un furgoncino che vende japadog. Certo, chi vive da tempo a Vancouver ti dirà che puoi fare una telefonata al numero che vedi affisso sul cartello della fermata e sapere quanto manca all’arrivo dell’autobus. Ma questo ci porta al punto 3.

Una sim prepagata è un bene di lusso

Per avere minuti illimitati e traffico dati illimitato calcola 70 dollari al mese. Per capirci circa 45 euro. Bada bene, i minuti valgono solo nell’aerea metropolitana di Vancouver.

Incoraggiata dalla presenza di numerosissimi punti wifi gratuiti e dal fatto che il numero di telefonate da fare era limitato, all’inizio del secondo mese sono passata a un tariffa al consumo. 10 dollari mi sono durati 3 giorni. Infatti non solo si pagano 0,40 centesimi per telefonare. Ma la stessa cifra per ricevere le telefonate.

Se non hai una tuta non sei nessuno

Non ho mai visto nessuno vestito in giacca e cravatta. Le uniche due paia di Doctor Martin’s sono a casa mia. Chi mi conosce sa che non sono né una fashion victim, né una fashion blogger, ma non ho mai visto così tante scarpe da ginnastica e così tante tute in tutta la mia vita. Nemmeno quando sono andata a correre per 15 minuti alla montagnetta di San Siro.

Impari cosa significa quartiere dormitorio

Questo non vale per tutti i quartieri. Ma nei così detti suburbs e in tutto quello che non è downtown puoi provare la sensazione unica di camminare per centinaia di metri, anche un paio di chilometri, senza incontrare un bar, un negozio di alimentari, un’edicola. La maggior parte dei quartieri della città si sviluppa sotto forma di infiniti reticolati di case, intorno a una arteria principale. Su questa grande strada si trova il centro commerciale di turno, più o meno grande, più o meno diffuso. Nessuna strada ti stupirà mai con un negozietto che non ti aspettavi. Nel caso specifico di Vancouver se vuoi trovare negozi di abbigliamento (consapevole del punto precedente), di dischi, di libri scegli tra: a) Main Street, b) Commercial Drive, c) West Broadway, d) West 4th Avenue, e) South Granville Street, f) il quartiere di Gastown.

E se giri l’angolo e non trovi niente non dire che non te l’avevo detto.

E se ti domandi perché tutti ti dicono che non devi andare in East Hastings Street, ricordati che anche le città più vivibili del mondo esercitano l’indiscusso diritto di nascondere la polvere sotto il tappeto.

[Non è un video leggero]

Fai la to-do-list per bere una birra e fumarti una sigaretta

Hai fatto la spesa al supermercato, cercando di salvare fegato e stomaco da cibi surgelati e zuppe in scatola. Un fornito reparto frutta e verdura ti ha aiutata. Ci vorrebbe una birretta per la serata. Ecco, non la troverai al supermercato. Retaggio proibizionista: devi cercare il più vicino Liquor Store. Non è detto che sia vicino, non è detto che ti sia venuto in mente prima di andare a fare la spesa; non hai che da aggirarti con i sacchetti della spesa in giro per l’arteria principale del quartiere.

Sorridi solo quando il commesso ti chiede la carta di identità per verificare se hai compiuto 19 anni.

Hai bevuto il caffè americano (o il chai latte, molto meglio!) in un baretto. Ora congedati dai tuoi compagni di tavolo, metti il cappotto, esci dal locale. E conta: 1, 2, 3…6,5 passi. Questa è la distanza di sicurezza per fumare una sigaretta. Non guardare quei tavolini esterni. Non fanno per te. E cerca di ignorare lo sguardo compassionevole che ti rivolge l’anziano signore: “you are so young, and you smoke” ti dice. Nel frattempo un buon odore di canna si diffonde intorno a voi.

Ma questo è il lato interessante della storia.

“Allora che ci fai ancora lì?” Mi godo ancora per un po’ la cartolina. E penso che non mi ero mai spinta così a Ovest.

kitsilano vancouver
Kitislano Beach – credits: VF

di Virginia Fiume –

una cantastorie vagabonda, antropologa dei media e camminatrice seriale.

17 comments: On 6 cartoline da Vancouver

  • Keep calm e d’ora in poi pensa solo a cose belle!

    • Ci provo tutti i giorni. Ma diciamo che avevo bisogno di scrivere un post di sfogo catartico. Non è mica tutto oro quello che luccica, e il dovere di chi si muove è raccontarlo 😉

      Comunque devo dire che il concetto di cartolina e le sue varie declinazioni, tra cui quella che mi hai insegnato tu, sono una metafora molto utile in questi frangenti!

  • I cambiamenti talvolta sono ingrati, è nell’assenza delle più piccole e minuscole comodità che ci accorgiamo realmente di quanto abbiamo lasciato alle spalle.

    Nel bene e nel male, tuttavia, questa cartolina tocca nel profondo il ritratto della vostra nuova tappa di vista. Dall’altra parte del pianeta, vi mando un abbraccio fortissimo :-*

    • Per prima cosa grazie dell’abbraccio: è benefico 😉
      Per quanto riguarda i cambiamenti e il rapporto con il passato, non sono certa che l’intento di queste mie cartoline fosse sottolineare una forma di rimpianto. O forse c’era una componente inconscia che ancora non riconosco.
      Era più uno sfogo per fare “tabula rasa” degli aspetti negativi. Non mi piace molto quando le persone che vanno a vivere in un posto lo mitizzano. Come, a dire il vero, non mi piace chi ci spara solo sopra. E’ sicuramente vero che di tutti i posti dove ho vissuto questo è il primo in cui faccio davvero fatica ad ambientarmi. E’ quello che mi presenta davanti agli occhi più contraddizioni. Non so se questa ragione sia legata al fatto che io sono più di indole mediterranea, e quindi Palermo o la Palestina mi sembravano più accettabili, riconoscibili.
      Questo Ovest estremo, che è quasi Est, è così nuovo da esplorare.

      [Così, ulteriori riflessioni…]

  • tutto è il prodotto delle ineguaglianze… e la cosa triste è che l’europa sta seguendo la stessa direzione

    • Hai ragione Andrea. Non so come sia la situazione nei piccoli paesi, ma qui a Vancouver c’è una quantità di senza tetto davvero impressionante. I prezzi degli affitti sono spaventosi e, certo, gli stipendi sono molto alti. Ma mica tutti hanno le competenze necessarie per dei lavori di alto profilo. Sto scoprendo che esiste un movimento sempre più diffuso di persone che rivendicano il diritto a degli affitti accessibili (un esempio: http://www.facebook.com/vanrentersunion). Ad avere grandi agevolazioni sono stati fino a qualche settimana fa gli investitori cinesi, con un’equazione tipo “soldi in cambio di cittadinanza” http://glocalrealestate.org/wealth-immigration-who-profit/

      Comunque settimana scorsa ho conosciuto una coppia di italiani che ha vissuto in Australia per 6 anni. Pare che il paese più socialista tra quelli anglosassoni sia quello 😉
      http://jamespurser.com.au/blog/holy-carp-australia-socialist

      • Quella dell’accessibilità è questione fondamentale, anche in senso lato, a tutti i servizi che dovrebbero garantire i diritti primari.
        Qui a Rio i salari passano dal minimo di 700 reais e qualcosa (diciamo 250 euro) fino ai 25.000 reais (8.000 euro che però rispetto al costo della vita valgono come 25.000) dei dirigenti o degli specialisti. Sì, però il passaggio dal primo gradino al successivo, diciamo anche solo impiegato comune, è impossibile per coloro che non hanno visto rispettato il diritto all’istruzione, per esempio. Come fanno a vivere le fasce basse con questi stipendi? Non vivono. Abitano nelle favelas (come magari nelle altre metropoli abitano nelle periferie off-limits), che sono luoghi dove i servizi sanitari e all’educazione sono carenti o assenti. D’altra parte, queste persone sono quelle che fanno andare avanti la città con tutti gli optional, lavorando come spazzini, autisti di autobus, macchinisti, domestiche, puttane; e muoiono prima degli altri, di AIDS, tubercolosi, leptospirosi e tumori; senza neanche sapere di esserne affetti. Qualcuno dice che la schiavitù, nel Paese che l’ha ufficialmente abolita più tardi di tutti gli altri, in realtà non abbia mai avuto fine.
        Chiaro, sono storie diverse, i paralleli tra le diverse realtà arrivano sempre solo fino a un certo punto, ma in comune credo che abbiano quel ciclo vizioso: “non mi hanno fatto studiare, sono analfabeta o non specializzato, ho scarsa autostima di me stesso, non faccio nulla per garantirmi una posizione migliore, vivo nella miseria, vivo alla giornata perché domani potrei essere morto, e quindi non studio”. Le conseguenze di un delitto non fanno necessariamente da movente, ma si osserva che questo meccanismo garantisce al ceto medio la forza di lavoro duro, alienante e a basso costo che fa da motore alla città.

        • sono storie diverse, ma credo che sia fondamentale trovare dei “pattern” comuni, degli schemi che ci permettano di guardare la realtà e capire come l’ingiustizia locale sia parte di dinamiche globali. Il fatto che le classifiche sulla vivibilità vengano elaborate per decidere quanto guadagnano diplomatici o dipendenti delle multinazionali credo che sia un criterio da tenere bene a mente.

          Caro Marco, lascio traccia qui anche del tuo post sulla felicità. http://finestrasullafavela.wordpress.com/2014/03/11/amor-a-vida/

          Anche perché sono ancora una di quei pochi pazzi che ritiene che la felicità – quella vera, non quella apparente – debba essere uno dei criteri per giudicare la vivibilità e il benessere dei luoghi.

  • Vivo intorno a Vancouver (Surrey) da circa due anni… sono qui per amore e sono sempre stato uno di quelli che non si producevano in difese ad oltranza di questo posto (e di tutti gli altri dove ho vissuto) solo per “rafforzare” la mia scelta. Ho sempre pensato che il posto perfetto non esista ma dipende sempre da come lo si vuol vedere e vivere… Vancouver (e dintorni) non sono vibranti come Londra dove i musei sono tanti e gratuiti, non e’ lasciva e decadente come Parigi o vibrante come Berlino… Vancouver e’ una citta’ piccola in una provincia estesa di una porzione lontana del Canada ed il Canada e’ un ibrido di America (intesa come USA con il “culto della mobilita’ attraverso l’auto ed il sogno della casetta con giardino tipiche della suburbia) e Vecchia Europa (il Canada e’ anche una Monarchia Costituzionale e’ la Regina Elisabeth e’ il capo del Governo e c’e un servizio sanitario nazionale tipo NHS inglese).
    A me onestamente e’ un posto che non piace al 100%… mi manca Londra ed la vecchia Europa, mi mancano la National Gallery, il Science Museum, i musicals nel West End, non sopporto la suburbia e odio queste casette tutte uguali per Km, ma cara Virgina se le tue obiezioni sono quelle che hai sviluppato (birretta, sigaretta ed offerta culturale scarsa e homelesses) davvero non mi spiego con quali criterio hai deciso di venire qui e soprattutto che ci stai ancora a fare. Non e’ per te! Succede! Io non ho potuto vivere a Napoli ma non per questo non ho visti le magnifiche peculiarita’ e mi sono perso il bello che offriva.. tutto il resto sono alibi

    • Ciao Maurizio, per prima cosa grazie per aver lasciato una traccia qui, in modo da salvare i nostri ragionamenti dal velocissimo flusso di Facebook.
      E grazie per aver tracciato una tua personale riflessione su cosa ti ha spinto qui, cosa ti manca di alcuni pezzi di Europa e per non essere un difensore a oltranza dei luoghi in cui si sceglie o capita di vivere.
      Il criterio che mi ha mossa a venire qui, principalmente, è stata la curiosità. La curiosità di tutto quello che dici: un paese ibrido, di fatto protettorato della Regina, in eterno conflitto interno tra progressismo e retaggi proibizionisti. A questo si aggiunge il fatto che ero stata qui 10 anni fa e miei occhi di ventenne a una delle sue prime vacanze solitarie mi avevano portata – credo – a mitizzare questo luogo.
      E non rimpiango nemmeno per un minuto il fatto di esserci venuta. Se non fossi stata qui non avrei potuto assaporare questo strano intreccio di migrazioni per cui quello che per l’Europa è l’estremo occidente diventa quasi oriente.
      Comunque ogni volta che sono sulla spiaggia di Kitsilano o cammino intorno allo Stanley Park o tutte le volte che vedo una persona appoggiare la sua bicicletta sull’apposito carrello davanti all’autobus capisco la bellezza. Così come l’ho apprezzata durante la mia lunga visita al museo di antropologia. Ho apprezzato il tentativo di dare riconoscimento a una cultura che è stata polverizzata.
      Un post è un frammento. Qualche parola che racconta un pezzo di quello che vedo. Per forza di cose omettendone altre. Che magari poi finiranno in un altro scritto. Se avessi voluto avrei potuto fare un post di “pro e contro”, ma non era il mio scopo. E quando ho scritto questo post ho ritenuto importante raccontare qualcosa di quell’altro che non si trova nelle guide turistiche. E’ un frammento a cui ne seguiranno altri. Ci sto ancora “a fare” perché lo stile di vita che ho scelto è quello di provare a vivere i posti, vederli con i miei occhi, provare a dimenticare quello che “si dice” e assaporarli con il mio sguardo. Per fortuna faccio un lavoro che mi permette di farlo 😉

  • Dopo parecchi anni passati all’estero ho scoperto che non esistono posti perfetti. Esistono posti che rispondono ad una necessità: d’amore, d’amicizia, lavorativa… Talvolta la necessità dura una vita – benissimo. Altre volte no. Ma nessun posto è perfetto e la responsabilità di questa imperfezione non è del posto, ma di chi ci vive. Se uno è inquieto, è difficile che trovi un posto dove l’inquietudine si plachi, nella mia esperienza. Si placherà quando avrà risolto, dentro di sé, il tema che genera l’inquietudine.
    Questo è quello che io ho capito di me stesso dopo una decina d’anni in giro per il mondo…ok, enough with the pippone cosmico. Ora godetevi il bello di Vancouver e del Canada. che non è poco!
    un abbraccio
    paolo

  • Ciao,
    sono arrivata oltre un mese fa a Vancouver con la mia famiglia, sono di Roma, ho vissuto per moltissimi anni a Napoli, staremo qui sei mesi. Capisco il taglio del post ma devo dire che non mi trovo in quasi nulla di ciò che hai scritto. Forse perché non fumo, o perché già sapevo che per comprare una birra dovevo andare al liquor store. Esiste un App per i trasporti precisa al secondo e su google map tutte le tratte di autobus e skytrain. Non vivo in un “sobborgo”, non proprio in realtà, ma è un quartiere dove in effetti a parte uno splendido parco con lago e un community centre dove fanno decine di attività (semigratuite) giornaliere per grandi e bambini, non c’è nulla a portata di piede, si prende un autobus e in 10 minuti hai tutto. E’ vero ci sono molte tute in giro, ma forse perchè sono fissati con il fitness! A Downtown vedo tutti o quasi in giacca e cravatta. Conosco benissimo Londra, Berlino e Parigi, sono stata a New York e San Francisco. Qui certamente non c’è quella “cultura” e a sua mancanza si sente. Ma non si può dire che non ci sono concerti (screziamo? Tutte le band di Americane si esibiscono a Vancouver). E la Biblioteca? Gratuita e super fornita. E Science word e l’Acquario? Ma c’è molto, molto altro. E’ una città verde, a misura di bambino, civile, solidale. Per me una vera scoperta.

    • Ciao elena, grazie per il tuo commento. Sarebbero tante le cose da dire, e la prima è sicuramente che ci vuole tempo per entrare in una città e apprezzarne (e criticarne) tutti gli aspetti. La riflessione che volevo accendere riguardava la complessità dei luoghi, che vanno oltre le classifiche internazionali.

      Per esempio quasi tutti quelli che hanno commentato questo mio post si sono soffermati sulle birre o le sigarette, pochi hanno fatto una riflessione sull’altissimo numero di senza tetto in città. Il fatto che ci siano non fa di Vancouver una città meno interessante, ma deve far riflettere.

      Citi Science Word e l’Acquario….beh, meno male che ci sono. Ma parlando con molti canadesi c’è consapevolezza del fatto che la cultura non sia tra le priorità. Probabilmente se i processi di immigrazione non fossero così complessi ci sarebbe una maggiore ricchezza. Le industrie culturali in fondo sono un motore economico trainante in tutto il mondo, non solo in Europa.

      La mia sensazione è che spesso quando ci si trova in un posto nuovo/altro si giustifichino molte cose che per i nostri parametri sono “gravi”. Le ho volute mettere in fila. Secondo i miei personali parametri.
      So anche che questo post ha fatto arrabbiare molti (forse era anche uno dei suoi scopi, dare uno scossone ;)) ma se hai voglia di prenderti il tempo di leggere altre cose che ho scritto vedrai che non parlo solo male di Vancouver. Per esempio, proprio sulle biblioteche ho scritto questo http://www.virginiafiume.com/ereader-in-biblioteca/ e sul livello tecnologico questo http://www.virginiafiume.com/forbidden-coding/
      Diciamo che voglio usare il mio blog per dare un quadro complesso e non mitologico (né nel bene né nel male) della mia esperienza in questa città.

      Ultima cosa, sull’app dei trasporti. So bene che c’è un app, il punto è che sia per quanto costa il traffico dati sia per eventuali scelte personali un abitante della città potrebbe anche non avere internet sul telefono. E dovrebbe comunque essere messo in condizione di capire l’organizzazione dei trasporti 😉

      • Ciao Virginia, grazie per la risposta, leggerò i due articoli che mi hai segnalato e intanto, pur non volendo
        farti “cambiare idea”, ti sottopongo qualche informazione in più che può farti guardare qualcuno dei problemi che elenchi sotto una luce diversa. Lasciando stare le sigarette o la birra, se parliamo di trasporti ti giuro che sugli autobus o nelle stazioni dello Sky Train ci sono le mappe gratuite sull’intera rete di trasporti pubblici. Sono dei foglietti ripiegati A4, giuro!
        Riguardo i senzatetto, é di due mesi fa la notizia del ripristino di alcuni palazzi per il ricovero degli homeless e della scorsa settimana quella dello stanziamento di un budget corposo da parte del comune di Vancouver per arrivare, con una serie di azioni di carattere sociale, a sanare la situazione di hesting streeet entro il 2015. Non sono d’accordo quando dici che questa città nasconde la polvere sotto il tappeto. Hesting street é in centro, a
        Downtown, alle porte dl quartiere più delizioso che hanno (gastown) sede di uffici di prestigio. Hestig street ha una storia (era sede di un vecchio ospedale psichiatrico chiuso decine di anni fa, era già la mecca di poveri e persone con problemi mentali che sono rimaste…per così dire, lì davanti). Se le cose permangono così ad hesting é anche per volontà del governo cittadino che pur di non disperdere in problema naturalmente creatosi in quei due isolati, fornisce i tossicodipendenti di metadone e siringhe pulite, ha un servizio medico che passa due volte al giorno, un servizio che distribuisce pasti in tutta la città e una vigilanza continua che tutela noi e loro. Tant’é che di giorno o di sera puoi camminare su quelle strade, con il cuore stretto,certo, ma puoi, cosa che non posso dire di Tor bella monaca o Scampia. Quelli sì che sono i ghetti, le periferie di città che scaricano fuori dal decoroso centro cittadino gli abitanti di serie B e lì li dimenticano.
        Riguardo il fatto che la cultura qui non sia la priorità é vero. Ma quando si parla di qualità della vita non penso al fatto che si possa davvero far pesare, se non relativamente, beni come mostre e teatro che considero, se mi permetti, di lusso. La qualità é per tutti ed é quella di base. L’autobus che passa e che mi evita di comprare la macchina, la merenda bio fornita dalla scuola, perché la salute e l’educazione alla salute sono un diritto vero, la fruibilità dei parchi pubblici, le pop-up library disseminate in città, l’inquinamento ridottissimo, l’attenzione per la natura. La qualità che Vancouver dà e la maggior parte delle nostre città italiane ci nega é questa. Poi sono d’accordo con te riguardo la rigidità circa le norme di immigrazione (ma non sono peggiori di quelle australiane o giapponesi per non parlare di quelle USA) che se ci fosse più gente ci sarebbe più movimento anche culturale, ma non pretendo di entrare nella logica di un governo che dopo anni di apertura, con i venti di crisi mondiale, ha cambiato le sue politiche. Scusami se sono stata un po’ prolissa, apprezzo in parte il carattere provocatorio del post e naturalmente rispetto le tue opinioni ma é secondo me importante non dare un’immagine negativa di qualcosa che negativo non é, solo diverso, magari poco comprensibile perché siamo appena arrivate e molte cose nemmeno le sappiamo. Non credo che i commenti precedenti il mio siano “arrabbiati” ma forse chi ha scelto di chiamare Vancouver casa, lontano dall’Italia a prezzo di grandi sacrifici, si é sentito ferito leggendo il post che dà un giudizio molto duro (forse nei toni più che nel concreto) e troppo parziale. Ciao, E.

        • Cara Elena, mi piacciono molto le tue argomentazioni. Ma soprattutto mi piace vedere la complessità che con te e gli altri che hanno partecipato a questa discussione stiamo svelando con parole e prospettive.

          Il livello della discussione è molto interessante e apre una serie di discorsi che mi sono ripromessa di affrontare durante la mia permanenza qui. Per esempio settimana dovrebbe uscire un mio reportage in cui si cita anche il tessuto sociale di Hasting Street. Ho letto anche io del programma per “dare un tetto” ai senza tetto, tra l’altro se ti interessa il tema ci sono molte informazioni aggiornate qui http://streetohome.org/.

          Hai ragione, il quartiere non è in periferia ma in centro. Ma la sensazione che ho provato tutte le volte in cui ci sono passate è quella di una sorta di buco nero. Certo ci sono organizzazioni e comunità che si prendono cura di queste persone, ma è come se fosse una periferia dentro un centro. Non so se riesco a spiegarmi….boh, magari ci ragiono ancora un po’ 🙂

          Quello di cui mi sto rendendo conto in queste settimane è che questa sia una città perfetta per chi ama gli spazi aperti, lo sport, per chi deve far crescere un figlio. E sto imparando che il concetto di “qualità della vita” è uno dei più relativi al mondo. E lo dico da orgogliosa relativista. Però credo anche che un maggior numero di iniziative culturali, di ogni tipo, sarebbe un altro grande strumento di lotta all’emarginazione, o all’ignoranza che contrasta queste lotte. Ti faccio un esempio: l’altra sera ho conosciuto un ragazzo canadese che ritiene quelle che per me e per te sono cose meravigliose (siringhe pulite, supporto ai senza tetto, etc etc) come degli sprechi di denaro pubblico. “Per me potrebbero anche morire” ha detto. Beh, io credo che con “cultura” più diffusa certe cose si sentono meglio e si comprendono. Non sto dicendo che queste dinamiche siano solo di Vancouver. Però io sono qui e questo è quello che posso raccontare.

          Per il tono dei commenti, non mi riferisco agli scambi qui, ma alcuni passaggi su Facebook. Ma si sa, i social network sono il luogo dove le opinioni si esprimono in maniera molto più accesa e istintiva.

          Quello che cerco di fare è raccontare sia gli aspetti positivi che quelli negativi. Dici che qualcuno si potrebbe sentire ferito. Te la giro così: il mio era un post “ferito”, scritto in un momento in cui ho visto tutti i miei sogni e progetti rispetto a questa città, le rinunce fatte per arrivarci, delusi.
          Non è detto che non ce ne saranno altri sullo stesso tono, o invece improvvisi elogi della bellezza e dell’oceano. Quella foto finale è proprio questo, un promemoria del bello.

          detto questo…potremmo bere una birra o un chai latte nei prossimi giorni 😉

          ps. giuro che mi metterò a cercare i foglietti 😉

          • 🙂 ora comprendo meglio il tuo punto di vista e sì, concordo in pieno che questa sia una città che ha molto da offrire soprattutto ad una certa categoria di persone e ha molto poco per altri. La cultura sarebbe un toccasana per aprire le menti di molti. Ma pensa che io ho conosciuto un italiano di Bassano del Grappa che ha detto le stesse cose del tuo canadese riferendosi anche lui alla gente di Hastings! Tutto il modo è paese e avrebbe bisogno di uscire dalla grettezza! Detto ciò sì, un bel cappuccino da Starbucks (sai come si dice a Vancouver? “non puoi lanciare un sasso in qualunque direzione senza rischiare di colpire 3 starbucks”) di quelli ustionanti come piacciono ai canadesi, ce lo potemmo prendere! 😉

  • Come si dice da queste parti “deal”!

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